Record di presenze per la Fiera internazionale di Torino. Ma siamo sicuri che conti solo la quantità?
''La verità, a me sembra, è che i libri sono troppi, sono troppi gli scrittori e le scrittrici, troppi i premi, troppi i festival, troppo compiaciuta la miscela di letteratura e politica, letteratura e civismo, letteratura e sociologia della crescita economica e sociale dell'occidente. Non è questione di industria culturale, siamo oltre il novecentismo e anche oltre il postmoderno. È questione di esagerazione, di accessibilità inaudita dell'edizione, di pigrizia e vanità. Siamo al solito rimescolio di mezzacalzettaggine alla portata di tutte le borse, ma su una scala inverosimile di possibilità estreme: tutti autori, tutti scrittori, tutti produttori di libri.
La gioia di leggere resta. I buoni libri escono. Ma senza selezione, senza la decisione che discrimina e sceglie e rende raro, prezioso, ciò che oggi è diffuso, e a buon prezzo, fino alla noia, il libro dei nostri anni resterà consegnato nella bomboniera delle buone intenzioni realizzate, cioè in un luogo parecchio sordido. È un problema di etica della lingua, del pensiero e della sensibilità che sottopongo ai giovani giornalisti e a tutti coloro che hanno la tentazione del libro, come incitazione a non scrivere troppo, e agli utenti dell'auratico librarismo per tutte le borse che - anche loro - dovrebbero leggere meglio, e meno, meno ma meglio''.
Così Giuliano Ferrara sul Foglio all’indomani della fine dell’edizione 2010 del Salone del Libro di Torino. Difficile dargli torto. I toni trionfali della conferenza stampa di chiusura sembrano ripetere il vecchio adagio della produzione industriale: tot visitatori in più, record di presenze, ecc.
In altre parole, la dittatura della quantità. Come si chiede Giulio Ferroni, siamo sicuri che più libri voglia dire più liberi? Non ci scandalizziamo del mercato, ci chiediamo se non si possa fare un mercato migliore. Anche perché – per quello che abbiamo potuto constatare di persona – di gente ce n’era tanta ma comprava meno dello scorso anno.
L’atmosfera era fiacca anche nelle presentazioni. Personalmente sono rimasto basito nel vedere appena una ventina di persone nella sala dei 500, la domenica mattina, per Voglio vivere così, di Ansoino Andreassi, presentato da Giancarlo Caselli. Ma come? Si parla di anni di piombo, con Caselli, a Torino e viene così poca gente? E meno male che il tema di quest’anno era la “memoria svelata”.
Tra i momenti da salvare, la vera e propria performance di Antonio Pennacchi, che ha presentato il suo Canale Mussolini insieme con Marco Revelli. Devo ancora leggere il libro e mi riprometto di scriverne appena finito.
Questa è l’intervista che ha rilasciato a fine marzo a Roma a Flanerì Tv: