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L'ITALIA DI MARCO PAOLINI

13/01/2009
di Arcangelo Sacchetti

Miserabili tutti, cioè non più liberi


Miserabili come nella Parigi di Victor Hugo sono, secondo Marco Paolini,gli uomini di oggi, che  non possono più affrancarsi dalla fissità sociale alla quale li ha ridotti prima la mercificazione capitalistica e ora la coazione al consumo, che di quella mercificazione è l’estrema conseguenza e insieme la frustrazione. Dietro c’è  la storia che a partire dalla seconda rivoluzione industriale porta alla belle époque e, doppiato il capo degli anni Settanta, svolta con gli Ottanta nel liberismo della coppia Thatcher-Reagan per giungere all’oggi del post-moderno globalizzato. Sostanzialmente è la storia dell’economia e della società che dopo aver conosciuto il fordismo, la lotta di classe e lo stato sociale torna al liberismo di Adam Smith, non solo dimenticandosi di Marx ma anche calpestando lo spirito di libertà che animava la Ricchezza delle nazioni.

Nello spettacolo di Paolini c’è anche la Resistenza e ci sono le lotte sociali, ricordate con l’amarezza di chi non ne vede ritorni. Ma ci sono soprattutto e in primo piano gli uomini di oggi, che da ormai trent’anni si compiacciono del ruolo di consumatori onnivori e insaziabili al quale sono stati ridotti,  ruolo che  sostanzialmente generalizza quell’abbrutimento che gli spettatori avevano già presagito vedendo Porcile di Pasolini – intelligente anche in questo la direzione artistica del Teatro Argentina di Roma che li ha programmati in successione. 

Il discorso di Paolini non è meramente dissacratorio,  perché in realtà ruota attorno a un’idea positiva, forte, luminosa:  l’idea di libertà, da intendere non solo e non tanto come ''libertà da'' (''negativa''), propria del pensiero liberale, per non dire del liberismo, ma in senso pienamente creativo, umanistico (''libertà per''). Libero in tal senso è l’homo sapiens et faber, l’uomo ''moderno''. Qui il rimpianto di Paolini diventa doppio, perché non solo non è più presente né attiva quella libertà, ma con essa è sparita anche la società, entrambe fagocitate dal mercato dei consumi, il nuovo sole dell’avvenire, il nuovo orizzonte che all’inizio degli anni Ottanta si è spalancato agli appetiti dell’uomo. Così  dall’economia industriale si è passati all’economia postindustriale, dal fordismo al postfordismo, dalla scienza come sapere universale allo scientismo specialistico e performativo: insomma dalla modernità alla postmodernità

Libertà e società. Da questi due principi nacquero il liberalismo e il socialismo, con la gamma dei tipi e dei sottotipi che ben conosciamo, a partire dal mitico Quarantotto (1848). Né l’uno né l’altro creano più tra noi vere suggestioni, e a Paolini non rimane che rimpiangere il valore che poteva unirli, quella ''partecipazione'' per la quale l’uomo si sente parte di una comunità, ma a patto che questa si configuri come  insieme di persone, non come somma di individui. Ed è molto significativo che lo spettacolo si chiuda al canto di Libertà, di Giorgio Gaber

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Della narrazione di Paolini tutto questo rappresenta la striscia di fondo, unificante e continua, anche se affiora soltanto ad intermittenza. Lo spettacolo ha un taglio dichiaratamente civile, ma vuole essere ed è soprattutto uno spettacolo,  una ballata; e in effetti la voce e gli strumenti dei tre Mercanti di liquori ne scandiscono il ritmo secondo i modi tipici dell’antica forma metrico-musicale, della quale nel nostro caso sono riconoscibili sia  le movenze popolari di origine duecentesca sia il tema civile e storico di provenienza romantica.  ''La musica - dichiara l'autore - non serve per accompagnare, ma serve per legare insieme,  serve per togliere peso; senza la musica non avrei saputo parlar di economia e dei nostri debiti senza diventar pesante''.  

La musica ha la sua importanza, senz’altro. Ma la parte forte dello spettacolo la tiene il testo, che veramente ha per titolo Album ed è ''il seguito ideale dei racconti di provincia'' ai quali Paolini dice di aver messo mano negli anni Ottanta;  il protagonista si chiama Nicola e aveva otto anni nel 1964. Insieme a vari co-autori Paolini ha raccontato venti anni della sua storia ''raccogliendola in cinque lavori teatrali successivi, dei quali questo è il sesto'', aggiornato alla odierna crisi mondiale, cioè ai ''nostri debiti''. Materia che, con tutto il rispetto per la musica, rimarrebbe comunque ''pesante'' se non ci fosse a rappresentarla sulla scena lo stesso autore.

Su quella striscia di fondo che è la storia economica, politica e sociale degli ultimi trent’anni, egli, con inesauribile creatività sovrappone quadri, dà vita a innumerevoli personaggi, riproduce i linguaggi più vari. Il suo, si dice, è ''teatro di narrazione'' e certo rispetto al ''teatro di parola'' di pasoliniana memoria, qui la parola è parola di ''voce sola''. Ma per questo ancora di più si rimane sbalorditi dalla proprietà e dalla facilità con cui questa ''voce sola'' crea i pezzi  e i personaggi, i quali a loro volta non sono in sé chiusi e conclusi, non sono scenette comiche in serie, perché in ordine apparentemente libero, ma tenuti insieme dai fili dall’analogia, disegnano una mappa sufficientemente chiara per chi voglia rintracciare i percorsi della metamorfosi ''che ha reso vecchio tutto ciò che fino a trent’anni fa era moderno''. Ricordo, per tutte, una delle tante ''situazioni'' disegnate da Paolini. I giovani una volta andavano all’ITIS, oggi vanno al DAMS; una volta imparavano una professione tecnica, un mestiere, oggi si mettono in fila per andare dalla De Filippi. Niente di più chiaro per chi voglia rendersi conto della differenza tra il prima e il dopo, tra l’ante e il post. Il tutto come sempre viene detto, mimato, e anche taciuto, con garbo intelligente e allusivo.  

Non ci sono scenografie; ci sono soltanto i tre Mercanti di liquori con i loro strumenti, e c’è lui. Ma la scena si popola subito di personaggi, e il movimento è tale che essa diventa una piazza, un mercato, se si vuole un  corteo dove l’obiettivo, cioè la ''voce sola'' di Paolini coglie e rappresenta al vivo situazioni, tipi, comportamenti.

C’è poi, filtrata sapientemente e più dissimulata che esibita, molta cultura; ed anche questa ''alleggerita'', mai banalizzata. Come non ricordare una delle ''Lezioni americane'' di Italo Calvino? Memorabile il pezzo dedicato al ''principio di indeterminazione'' di Heisenberg.
     

Si ride, ma non è uno spettacolo comico. Appartiene se mai al genere satirico, ma senza il livore e l’accanimento di certo teatro politico in auge un tempo. Altrimenti, sarebbe stato troppo ''pesante''.  Per analogia, non certamente per derivazione, si può pensare alle Satire di Orazio, costruite in forma di chiacchierate bonarie (sermones), ma attraversate dall’ironia e dall’autoironia e capaci di rappresentare con straordinaria vivezza la realtà della vita quotidiana (Ibam forte Via Sacra…).
     

Anche con Paolini si ride, dall’inizio alla fine. Ma mentre si ride, si è consapevoli che non c’è niente da ridere.








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