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SIESTA, GRINGO E GOLPE
Quanta America Latina c’è nel nostro vocabolario


C’è un po’ di Sudamerica anche nel nostro vocabolario. Parole spagnole, a volte un po’ storpiate nella pronuncia a volte usate un po’ a caso. Non sono moltissime, ma un rapido ripasso può essere divertente.

La più nota è certamente siesta. L’etimologia è molto chiara. Deriva dal latino sexta hora, l’ora sesta, che indicava la prima ora pomeridiana, il mezzogiorno. L’ora più adatta per un sonnellino post pranzo, soprattutto in Paesi torridi come quelli dell’America centrale. In Messico è un’abitudine sacra, quasi un’istituzione. Tanto che quando il governo impose l’orario prolungato agli uffici pubblici, ci fu una sollevazione popolare. La siesta è in genere associata all’immagine del messicano con baffoni e sombrero appisolato sotto un patio. “Sombrero”: per i nostri dizionari è un “copricapo a cupola alta e a tesa larga piatta o rialzata, tipico della Spagna, dell'America latina e del Messico”. In realtà, la parola spagnola vuol dire semplicemente “cappello”, senza distinzione. Potenza dei film western!

Sempre grazie ai western sappiamo che i latinoamericani chiamano gringos gli americani e gli inglesi. L’etimologia di questa parola è controversa. Secondo il giornalista Artemio de Valle-Arizpe (1884-1961), la parola nacque nel settembre 1847, quando l’esercito degli Stati Uniti guidato da Winfield Scott conquistò Città del Messico. I soldati nordamericani canticchiavano tutti un motivo molto in voga a quei tempi: “Green grow the bushes”. “Gringo” deriverebbe dalla storpiatura di “Green grow”.

Altri messicani sostengono invece una tesi più politica: gli ufficiali yankee avevano divise verdi, da cui “Green, go!”,Verdi, andatevene!”. Ma gli spagnoli sono di tutt’altro avviso. La parola gringo sarebbe contenuta dal dizionario della Real Academia Española fin dal 1787. Indicava le persone straniere che parlavano a stento il castigliano. A Madrid, in particolare, i gringos erano gli irlandesi che vivevano in città. La parola deriverebbe da grieco (greco), usato nell’accezione di “lingua straniera”, “idioma inintelligibile”.

Golpe e desaparecidos sono entrate nel nostro vocabolario negli anni Settanta, dopo il golpe cileno del 1973. Il golpe (si pronuncia così come si scrive, alcuni giornalisti radiofonici ogni tanto scivolano in un golp che sembra uscito dai fumetti di Topolino) è il “colpo di Stato”, ma anche un generico “colpo”. Ad esempio, nel linguaggio calcistico contropiede si dice “contragolpe”. Una curiosità: la notte del 23 marzo 1976, alla vigilia del colpo di stato dei militari, in Argentina le radio trasmisero per ore la colonna sonora del film “La stangata” (“El golpe”, in spagnolo). Era chiaramente un messaggio nemmeno tanto cifrato.

“Desaparecido” vuol dire “scomparso”, “sparito”. Sparire era la sorte degli oppositori ai regimi militari. Venivano rapiti per essere torturati e poi uccisi. Tremila in Cile, trentamila in Argentina. Senza processo, senza accuse, senza testimoni. Le autorità negavano tutto. Ai parenti che chiedevano notizie dicevano di non saperne nulla. Tutti sapevano o capivano. Chi spariva non sarebbe mai tornato. Parola terribile, “desaparecido”.

Molto più colorita e positiva la parola “aficionado”. Indica un “assiduo frequentatore”, uno che frequenta qualcun altro o qualcosa con particolare passione. In Italia la parola fu introdotta da Helenio Herrera, l’allenatore argentino dell’Inter che negli anni Sessanta convinse il presidente Angelo Moratti a organizzare le prime trasferte per i tifosi nerazzurri. Il modello era quello degli aficionados (tifosi) argentini del Boca e del River che seguivano la squadra grazie ai pullman messi a disposizione dalla società. Degli ultrà ante litteram, in altre parole.

Una parola entrata recentemente nel nostro vocabolario è peone. Un peone è uno che conta poco o nulla, che deve obbedire a qualcun altro. Fino a poco tempo fa era un termine usato soprattutto dai giovani del nord (area Dams di Bologna e dintorni, per intenderci). Adesso lo utilizzano spesso i giornalisti per rendere accattivanti (bastasse quello..) i loro titoli. Esempio. La Repubblica del 21 maggio 2004: Noi peones senza potere schiacciati dalla burocrazia. Nuovi dottori in bilico tra contratto e budget in rosso”. In America Latina i peones sono i lavoratori giornalieri non qualificati, meticci o indios, che vivono in condizioni di estrema povertà. Altro che medici, verrebbe da dire…



Antonello Sacchetti
23/07/2010



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