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KIRGHIZISTAN
Violenze contro la minoranza uzbeka, almeno 170 morti e 100mila profughi. La 'rivoluzione dei limoni' sembra lontanissima


Almeno 170 morti e 1.800 feriti, quasi tutti uzbechi. Questo il bilancio provvisorio del pogrom anti uzbeco scoppiato in Kirghizistan. La presidente ad interim Roza Otunbayeva ha attribuito la responsabilità di questa ondata di violenze all’ex presidente Kurmanbek Bakiyev, deposto nell’aprile 2010 e attualmente in esilio in Bielorussia. L’obiettivo sarebbe il boicottaggio del referendum costituzionale del 27 giugno e le elezioni programmate per il prossimo ottobre.

(Vedi anche Kirghizistan, cambio al vertice)

Il Kirghizistan è da sempre caratterizzato da forti tensione etniche, risalenti agli anni di Stalin che deportò la popolazione uzbeka in 3 repubbliche sovietiche - Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan – per fiaccarne l’irredentismo. Con la fine dell’Urss, gli uzbeki del Kirghizistan meridionale si sollevarono e fu un massacro. Nel giugno 1990 gli scontri etnici a Osh provocarono oltre 300 vittime e furono placati soltanto dall’intervento delle truppe russe. Anche stavolta il governo kirghiso ha chiesto l’aiuto della Russia, ma Mosca – per il momento – ha detto di no. La situazione umanitaria si fa sempre più grave: sarebbero oltre 100 mila le persone fuggite in Uzebkistan.

Novembre 2006, nuovi contrasti
Il presidente della repubblica Kurmanbek Bakiyev, da giorni contestato dall'opposizione che l'accusa di aver tradito lo spirito della rivoluzione dei tulipani che lo aveva portato al potere nell'aprile del 2005, ha minacciato di sciogliere il parlamento se non sarà trovata una soluzione politica alla richiesta della piazza di riscrivere la costituzione in chiave più parlamentarista. Non mi sono prefissato l'obiettivo di sciogliere il parlamento, ha dichiarato Bakiyev in una conferenza stampa. Tuttavia ne ho il diritto sancito dalla costituzione e, certo, se i contrasti fra il legislativo e l'esecutivo dovessero continuare, cosa mi resterebbe da fare? Non posso continuare a fare lo spettatore di un'orgia simile., ha dichiarato il presidente della repubblica centro-asiatica. Intanto, nella piazza centrale della capitale Bishkek migliaia di manifestanti chiedono le dimissioni di Bakiev. Il 7 novembre 2006 la polizia interviene usando gas lacrimogeni. Alcuni testimoni parlano anche di colpi d'arma da fuoco.

Aprile 2005: Akaiev scappa 
L’ultimo trucco gli è stato fatale. Askar Akaiev, finora primo e unico presidente del Kirghizistan dal momento dell’indipendenza del 1991, è scappato in Kazakhstan, messo in fuga da un movimento popolare di opposizione sorto dopo le ennesime elezioni manipolate. Il Parlamento riunito in seduta permanente e presieduto dal leader dell''opposizione Kurmanbek Bakiyev, ha nominato presidente ad interim Ishengbay Kadyrbekov, e Felits Kulov, uno dei leader dell''opposizione, capo dei ministeri per la sicurezza. Il Parlamento ha inoltre deciso di affidare le funzioni di governo al Consiglio di coordinamento di unità nazionale creato dall''opposizione e presieduto da Bakiyev.

La rivoluzione dei limoni
La “rivoluzione dei limoni”, chiamata così per le bandiere gialle di un partito dell’opposizione, è scoppiata all’indomani del primo turno per il rinnovo del nuovo Parlamento monocamerale (75 deputati). Per l''Osce, che ha monitorato il processo elettorale, le elezioni non sono state conformi alle norme democratiche internazionali. Secondo i risultati, una trentina di seggi sono conquistati dai candidati indipendenti e del partito Algà (Avanti) vicino al presidente Askar Akaiev, al potere dal 1991.

Nel Sud del paese, al confine con l'Uzbekistan, migliaia di manifestanti sono scesi in piazza il 1° marzo. Tra gli ispiratori della protesta c’è l''ex ministro degli esteri Rosa Otunbaieva, portavoce di uno schieramento che chiede più democrazia e un più deciso avvicinamento all''Occidente.

Il 13 marzo si svolge il secondo turno delle elezioni. Il partito presidenziale Algà e i suoi alleati ottengono il 30 per cento dei seggi attribuiti, sei seggi all''opposizione, mentre il resto dei seggi va ai candidati ''indipendenti'', in larga parte notabili legati all''establishment. Scoppia subito una uova ondata di proteste nel sud del paese .

Akaiev accusa i manifestanti di portare il paese alla guerra civile e ordina la repressione. A Jalal-Abad ci sono sanguinosi scontri tra dimostranti e polizia. Muoiono otto persone, quattro manifestanti e quattro poliziotti. Il 21 marzo a Osh, seconda città del paese, circa tremila persone assaltano la sede del governatorato regionale chiedendo le immediate dimissioni di Akayev. Il presidente ordina una revisione dei risultati delle elezioni parlamentari nelle regioni in cui l''opposizione ha contestato il voto. Ma ormai è troppo tardi: il 24 marzo oltre 10 mila manifestanti protestano nella capitale Bishkek contro il presidente Akaiev. Viene occupato il palazzo del governo e la sede della televisione. Akaiev scappa su un aereo. Prima sembra dirigersi verso Mosca, poi fa rotta sul Kazakhstan. Dopo due giorni la sua presenza diventa pesante per il presidente kazako Niyazov che  teme di fare la stessa fine di Akaiev. L'ex presidente kirghizo vola allora a Mosca, intenzionato a dare ancora battaglia per riprendersi il potere. 

Dov’è il Kirghizistan
Con poco più di 4 milioni di abitanti e una superficie quasi interamente montagnosa, il Kirghizistan è il meno sviluppato dei Paesi dell’Asia centrale un tempo appartenenti all’Urss. Il 51 per cento della popolazione si dedica all’agricoltura. Il 64 per cento è indigente. Paese agricolo, ricco di oro e di piantagioni di tabacco. I kirghizi costituiscono solo il 52 per cento della popolazione, per il resto formata da russi (22 per cento), tagiki e uzbeki. La religione più diffusa è la musulmana sunnita. Chiusa tra Cina, Russia e Kazakhstan, il Kirghizistan non ha un’identità nazionale forte. Il suo popolo era un tempo nomade e dedito all’allevamento del bestiame. I settant’anni di socialismo hanno portato una modernizzazione molto blanda e non sono assolutamente riusciti a formare una classe dirigente kirghiza.

Chi è Akaiev
Strano destino, quello di Akaiev. Per alcuni anni è stato considerato uno dei leader più liberali tra quelli che hanno governato l’Asia centrale post sovietica. Entrato in politica alla fine degli anni Ottanta nel periodo della perestroika, nell''ottobre del 1990 viene eletto presidente della repubblica sovietica del Kirghizistan, che l'anno seguente si dichiara indipendente in seguito al dissolvimento dell'Urss.

Akaiev inizialmente adotta una serie di riforme che avrebbero dovuto risollevare le sorti del piccolo Kirghizistan. Lancia una moneta nazionale e incoraggia l’acquisto da parte dei privati delle terre coltivabili. Rieletto nelle elezioni del 1995 e in quelle del 2000, Akaiev inizia a utilizzare metodi sempre più autoritari.

Uno scenario internazionale nuovo
A partire dal 1999, diversi gruppi armati di radicali islamici si infiltrano nel Paese. Provengono dall'Uzbekistan e dal Tagikistan e cominciano a compiere attentanti e sequestri di persona, creando una nuova fonte di instabilità interna. Dopo l’11 settembre 2001 Akaiev, in cambio di sostanziosi aiuti economici, concede il diritto di sorvolo alle forze aeree della coalizione militare guidata dagli Usa impegnate nella guerra in Afghanistan contro i Talebani. Successivamente il presidente kirghizo accetta anche di ospitare una grande base aerea Usa nei pressi di Bishkek. Caso unico al mondo, il Kirghizistan ha nel suo territorio una base militare americana e una russa.

Economia: una scommessa perduta
Subito dopo l’indipendenza, Akaiev capisce che, perso il sostegno di Mosca, il Kirghizistan opta per una politica di apertura all’occidente. Il Paese è il primo, tra quelli dell’Asia centrale post sovietica, ad aderire al Fondo monetario internazionale (Fmi) nel 1993 e all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) nel 1998. Ma lo sviluppo tarda ad arrivare. Le multinazionali hanno paura a investire in un Paese privo di infrastrutture, montagnoso e lontano dal mare.

Il debito estero aumenta vertiginosamente e con esso crescono la fame e la disoccupazione. L’Aids si diffonde rapidamente e il governo non ha né piani né mezzi adeguati per contrastarlo. La maggior parte della popolazione vive con uno stipendio mensile di appena 50 dollari e il tasso di disoccupazione aumenta di anno in anno, mentre quello di natalità diminuisce anche a causa delle massicce ondate migratorie. I più propensi alla fuga sono i russi, che si sentono sempre più discriminati dai kirghisi.

Il Kirghizistan è il meno islamizzato dei Paesi dell’Asia centrale, ma oggi sono in molti a vedere nell’Islam radicale una soluzione ai problemi del Paese. E’ la spia di una crisi che viene da molto lontano e della quale è difficile prevedere sviluppi a breve termine. Una crisi che ha già messo in allarme i governi di Kazakistan e Uzbekistan. Dopo la Georgia nel 2003, l'Ucraina nel 2004 e il Tagikistan del 2005, i Paesi ex sovietici sembrano conoscere una nuova svolta epocale.



Antonello Sacchetti
18/06/2010



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