Elisione e troncamento. Tra accenti e apostrofi si rischia d'inciampare ad ogni piè sospinto

Quella italiana è lingua piana, non soltanto nelle parole, ma anche nella costruzione della frase. Questa infatti, quando è complessa, ama appoggiarsi ad almeno due proposizioni indipendenti che siano coordinate tra loro, aventi ciascuna prolungamenti non troppo prolissi e posizionate a distanza di reciproca garanzia: non una piramide appesa al vertice, ma un cubo ben piantato a terra.
Le parole, per parte loro, nella stragrande maggioranza, hanno l’accento sulla penultima sillaba. Non poche l’hanno sulla terzultima. Poche sull’ultima. L’insieme suggerisce l’idea di una struttura geometrica connotata dalla stabilità e dall’equilibrio.
In questo contesto le parole ossitone sono tali o per natura o per troncamento. Le prime derivano dal Latino, o per aggiornamento immediato (plus: più) o per mediazione morfologica. Il secondo è il caso di alcuni nomi imparisillabi della terza declinazione: se discendono dal nominativo sono piani (come quasi tutte le parole latine); se dall’accusativo, come di norma, sono ossitoni. L’esempio più noto ce lo fornisce Dante. Pietas, pietatis si risolve in pièta (da pietas): La notte ch’io passai con tanta pièta (If, I, 21); e in pietà e pietàde (da pietatem): Quella pietà che tu per tema senti (If IV 21); L’altro piangea, sì che di pietade/ io venni men così com’io morisse (If, V, 140/41). Altrettanto noto mulier, mulieris da cui moglie (mulier), e moglièra (dialetti meridionali, da mulierem, già volgarizzato in mulièrem).
La duplicità dell’uscita (nominativo-accusativo) del Latino verso il volgare riguarda però poche parole; la generalità, che fa quasi regola, vede in campo solo l’accusativo, visibilissimo nel passaggio dall’italiano letterario antico a quello scritto e parlato moderno. Libertas, libertatis, come virtus, virtutis danno libertate (libertatem) e virtute (virtutem), da cui per troncamento solo libertà e virtù.
Diverso il caso di quelle parole che “si troncano” per ragioni di eufonia. Ma questo, se non altro per ragioni di contiguità, ci costringe a parlare anche di elisione. Non sono affatto la stessa cosa, e non sono pochi i rischi di sovrapposizione.
La vocale finale davanti a vocale iniziale si elide, e il fatto viene segnalato con l’apostrofo. Col troncamento può saltare non solo la vocale, ma una sillaba intera, e non solo davanti a parola che cominci per vocale, ma anche dinanzi a parola che cominci per consonante, e generalmente senza ricorrere all’apostrofo.
L’elisione, assai presente nella lingua parlata, compare con una certa parsimonia in quella scritta. Non si pratica assolutamente con quelle particelle che possano altrimenti generare confusione.
Si elide di, quasi di norma:
Mi apparve d’incanto, E' d’uso comune, Peccare d’immodestia, D’estate e d’inverno, Vissi d’arte.
Non si elide da:
Venivano quasi tutti da Alessandria, pochi da Arona.
Così si elidono i pronomi lo e la, ma con qualche riguardo, perché L’amo/ L’odio possono avere per oggetto sia un lui che una lei. Perciò in certi casi si consiglia la scansione lenta: Lo amo, la amo/ Lo odio, la odio. Di certo non si elidono li e le: Li/le amo- Li/le odio.
Uno e Una sono croci senza delizie per i correttori di bozze e per i lettori dei giornali, non diciamo del televideo. Alla corrività di chi scrive, portato a trasferire sulla pagina quello che dice e ascolta – si ricordi che nella lingua parlata non c’è l’apostrofo – possono aggiungersi, se non si sta attenti, le cocciutaggini del computer.
Ad ogni modo Uno, che si tronca davanti a parola che incomincia per vocale o per consonante (Un uomo, un cane) non si tronca davanti a parola che comincia per doppia consonante o per x o z - Perciò si dice Uno scempio, uno zigomo, uno xenofobo; e tuttavia l’orecchio preferisce un pneumatico a uno pneumatico.
Tale, quale sono speciali. Si troncano, non si elidono mai, nemmeno davanti a parola femminile che incomincia per vocale: Tal altra, qual altra; tal arte, qual arte. Ma in certi casi si preferisce la scrittura intera: Una tale amica, un tale amico….
Riassumendo, l’elisione richiede l’apostrofo, il troncamento no. Ci sono però, l’abbiamo visto, parole tronche che richiedono l’accento (Virtù, pietà, libertà ecc). Speciale è la condizione di quelle parole tronche che rifiutano l’accento, ma richiedono l’apostrofo. Si tratta per lo più di arcaismi (fe’ per fece, to’ per togli e simili), ma c’è il caso di po’ per poco che è molto presente nella lingua d’uso, parlata e scritta. Ebbene: è scorretto scriverlo con l’accento (Un pò ): lo si deve scrivere con l’apostrofo (Un po’): come gli imperativi di’, da’, sta’, fa’, va’, i quali, in forza dell’apostrofo si distinguono dagli omofoni di, da, dà – preposizione e verbo – sta , fa – verbo e nota musicale – va. Ma frate si tronca in fra, e si dice fra Cristoforo, senza rischiare alcun inciampo.
Andiamo infine ad ogni piè sospinto a piè di pagina. Lo stile dell’espressione ci orienterebbe verso un po’ e saremmo indotti, orecchiando questo e gli esempi precedenti, a scrivere a pie’. Eppure, non ci sono dubbi. La lezione corretta e normale è a piè – con l’accento. Per spiegare la cosa bisogna a tornare a quanto si è detto a proposito di pietà e pièta, di moglie e moglièra. Piè va riportato a pes, pedis: dal nominativo pes viene piè, da riservare alle espressioni colte (a piè di pagina, ad ogni piè sospinto…); dall’accusativo pede(m) viene il più pedestre piede.
Arcangelo Sacchetti
23/10/2006
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