ci, gli: quando la smania di emanciparsi dal dialetto porta, per scrupolo ipergrammaticale, a stravolgere il senso delle espressioni

Ci sono modi di dire che nascono in ambienti che non hanno nulla o poco di veramente nazionale, nulla che incroci il comune sentire. Nascono lì, e lì ci si augura che finiscano. E' il caso di piuttosto che, costretto a scadere dal significato comparativo suo proprio nella banalità di un disgiuntivo camuffato. Fa senso coglierlo sulla bocca dei benperlanti. Esempi, niente affatto finti, anche se vengono dalla tv: il brillante psicologo o - ma loro direbbero piuttosto che - il conduttore del Grande Talk, una delle trasmissioni più serie: è proprio il caso di allarmarsi.
A volte succede che, di fronte a tanto eloquio, il povero italiano medio entri in crisi, e pensi che il suo modo di parlare, specialmente quello della quotidianità, vada rivisto. E' il caso della particelle ci/vi. Ovviamente non chiamiamo in causa la forma atona del pronome personale di prima e di seconda plurale (noi, a noi- voi, a voi), ma le particelle avverbiali, quelle che, per l'uso primario e la stessa origine, fanno capo all'avverbio di luogo (Vi sono stato, e ci tornerò - Vi da ibi, ivi; Ci da ecce hic). Queste particelle sono estremamente funzionali, anche per la loro brevità. Nella sintassi della proposizione sostituiscono splendidamente un complemento, e perciò finiscono con l'appartenere alla famiglia dei pronominali.
Il loro campo d'origine, quello nel quale si trovano meglio, è il parlato, anche a costo di qualche pleonasmo, di qualche presenza che, ai soliti schifiltosi, può sembrare di troppo (Su questo treno, ci viaggia troppa gente - Per questa via, a quest'ora non ci passa anima viva).
Ora, il parlato è stato per secoli dialettale, e in certi ambiti lo è ancora. Accade perciò che uno che voglia emanciparsi dal suo dialetto sia portato a correggere, per scrupolo ipergrammaticale, un'espressione come non ce la faccio, facendola diventare non gliela faccio: la quale significa una cosa del tutto diversa. Con la prima, voglio dire che nella situazione data io non ho la possibilità di riuscire, non posso farcela: dove il ci significa in questo tratto, in questa cosa, in questa impresa. Nel secondo caso significa invece che io a quella persona quella cattiva azione proprio non gliela faccio, non la faccio a lui, a lei.
Ce la fai? Chi si sente investito dalla domanda, può rispondere: sì, ce la faccio; ho le forze sufficienti per superare questa difficoltà, per uscire da questa malattia, per superare questa prova - che può essere per lo studente un problema di matematica, una versione, un tema ecc.
L'inizio di questa remora ipergrammaticale è probabilmente legata a un uso veramente scorretto del ci. Leo Pestelli - Parlare italiano, ed. Longanesi 1967 - lo riscontra nel parlato di certi film, dove, forse a studio di squisitezza, s'ode da qualche tempo dire: gliel'ho fatta nel senso indeterminato di ce l'ho fatta. Il giornalista, nella professione uno dei più raffinati cultori della lingua italiana - l'ultimo, si spera non per sempre, è stato Indro Montanelli - questo vezzo di scambiare il ci per gli (Vidi un cane e ci buttai un osso) lo definisce addirittura un'abominazione e ne individua nel piemontese il bacino di coltura (Vecchio errore endemico delle province subalpine d'Italia).
Eppure quest'uso del ci, che con lo e la diventa ce, ha una storia prestigiosa. Dante, il padre della nostra lingua, ha pure in questo tutti i titoli per fare scuola (ma forse pochi alunni).
Usciteci, gridò, qui è l'intrata.
Flegiàs invita così Dante e Virgilio a uscire dalla barca - ci significa da qui (Sono ormai giunti davanti alla città di Dite; Inf.VIII, 81). Poco più avanti, nello stesso canto, i diavoli mettono una gran paura a Dante, che dispera ormai di risalire mai più sulla terra:
Ché non credetti ritornarci mai.
Lo stesso significato locativo, nel canto precedente, a proposito di avari e prodighi, che in vita non spesero mai con misura:
che con misura nulla spendio ferci.
E nello steso canto, il poeta chiude così il discorso sulla condizione di questi peccatori:
Qual ella sia parole non ci appulcro.
Nel canto IV Virgilio attesta di aver visto Gesù disceso agli inferi:
Quando ci vidi venire un possente/ con segno di vittoria coronato./ Trasseci l'ombra del primo parente (vv.53-55).
Naturalmente, per altri riscontri, è disponibile tutta la Commedia. Per tutti: Vedi li nostri scanni sì ripieni,/che poca gente più ci si disira (XXX, 132), parole con le quali Beatrice annuncia la fine dei tempi, perché i posti in paradiso, nella rosa dei beati, sono ormai quasi esauriti.
Torniamo, per chiudere, al Pestelli. Pensarci e rifletterci non possono essere sostituiti da pensargli e riflettergli. Parlarci, innamorarcisi: il ci non corrisponde a gli: ma include il senso di certa unione e comunanza locale. Finissimo, spiritoso, sempre puntuale, il libro di Leo Pestelli - non so se ha avuto altre edizioni, se è reperibile in libreria; ma vi assicuro che è una vera goduria. A proposito di affezionarcisi, che significa affezionarsi a qualcuno, esso è ben differente da affezionarsegli, cioè divenire affezionato a qualcuno: l'amico si affeziona all'amico; ci si affeziona quando sotto sotto tira alla moglie di lui.
La moglie, il marito, e l'amico di entrambi, ma più amico della moglie: il Pestelli ci tira verso la conclusione più scontata. Sì, farcela vuol dire sfangarla, spuntarla in un'impresa. Fargliela invece significa giocare un brutto tiro a Tizio o a Caio. All'uomo che non ce la fa, la donna crudele prima o poi glie la fa.
Arcangelo Sacchetti
16/01/2005
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