Il nuovo bellissimo romanzo di Antonio Pennacchi

Vi state chiedendo quale libro portare in vacanza e magari siete indecisi tra i titoli più in voga del momento? Datemi retta, andate in libreria, al supermercato, o anche - perché no, mica siamo ipocriti – collegatevi a iBS dal link in fondo a questa pagina e comprate “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi?
Come dite? Perché ha vinto il Premio Strega? Ma no, che c’entra, scusate. I premi sono sempre una cosa soggettiva. Basti pensare che il Pallone d’Oro lo hanno dato a Sammer (chi era costui?) e non a Totti. O a Baresi (Franco), se preferite.
E poi basta con le storie che un libro va letto perché è “importante”, perché rappresenta questo o quello. Se leggerete “Canale Mussolini” vi farete un bel regalo, perché è un libro bellissimo da leggere, da ripensare, persino da rimpiangere un po’. Perché quando l’ho finito ho cominciato subito a sentire la mancanza di certi personaggi e soprattutto dello stile di Pennacchi, delle sue parole, del modo ironico di dialogare con un lettore immaginario.
Il bello è che non era un libro che pensavo di leggere. Il romanzo precedente di Pennacchi, “Il fasciocomunista” mi aveva lasciato tiepido. Bello l’inizio, un po’ banale nello sviluppo e nella conclusione. E “Mio fratello è figlio unico”, il film tratto da quel romanzo, mi era piaciuto ancora meno. La copertina di “Canale Mussolini” mi trasmetteva anche un po’ di diffidenza, non so perché. E invece la curiosità si è accesa al Salone del libro, nel maggio scorso. Era domenica mattina e giravo un po’ annoiato per gli stand quando in lontananza ho sentito la voce di Pennacchi che presentava il suo romanzo praticamente da solo, accanto a un Marco Revelli sorridente e muto. Uno spettacolo trascinante, un autentico monologo che attirava sempre più gente. Da lì è venuta la voglia di leggere il libro.
Che racconta la storia dei Peruzzi, famiglia di mezzadri che - costretta a lasciare il Veneto per colpa del conte latifondista Zorzi Vila - approda nel basso Lazio per bonificare e colonizzare la pianura pontina. Prima e dopo questa svolta (svolta dettata dalla fame, precisa più volte Pennacchi) c’è l’Italia contadina dei primi del Novecento, la Grande Guerra e la nascita del fascismo. Poi ci saranno il ventennio, la Guerra d’Africa e il nuovo conflitto mondiale che arriverà giusto dentro casa. Ci sono descrizioni bellissime della vita di campagna, soprattutto del lavoro in campagna. Che è sempre stato un lavoro di cervello, non solo di fatica. Altro che “braccia rubate all’agricoltura”!
I personaggi sono tanti e dai nomi indimenticabili: Pericle e Adelchi, la bellissima Armida, il giovane Paride, i fratelli Iseo, Treves e Turati, dato che i Peruzzi erano socialisti prima di diventare – più per motivi personali che per scelta ideologica – fascisti della prima ora. Come spiega Pennacchi, a modo suo: “Io non lo so se eravamo socialisti, fascisti o comunisti. Eravamo gente che non ce dovevi da rompe li coioni!”.
“Questa è una storia autentica, non è fuffa”, ha detto lo stesso Pennacchi. “Ogni altra cosa che ho fatto, bella o brutta che sia, l'ho sempre sentita come preparazione e interludio a questa. Fin da bambino - spiega - ho sempre saputo di dover fermare questa storia - le storie infatti non le inventano gli autori, ma girano nell'aria cercando chi le colga - e raccontarla prima che svanisse, nient'altro. Solo questo libro”.
Il libro è dedicato al fratello di Antonio, il giornalista Gianni morto nel dicembre 2009, e a 'tutti i nostri morti''. Non so se c’entra qualcosa, ma questa dedica mi ricorda quello che scrive Edwar Morgan Forster in Passaggio in India: “E’ difficile, via via che ci si addentra negli anni, resistere al sovrannaturale. Me lo sono sentito venire addosso anch’io. Riesco ancora a tirare avanti facendone a meno, ma che tentazione, a quarantacinque anni, fingere che i morti continuino a vivere; i propri morti, quelli degli altri non contano”.
Canale Mussolini
Antonio Pennacchi, 2010, Mondadori
€ 16,00 (Prezzo di copertina € 20,00 Sconto 20%)
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Antonello Sacchetti
14/07/2010
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