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| CHIUDETE GLI OCCHI E SPALANCATE LE ORECCHIE |
La prefazione di Daniele Silvestri per il libro dedicato al grande pittore, incisore e scultore Nino Cordio, nel decennale della scomparsa

Un po’ vi invidio. Voglio dire, se state per entrare per la prima volta nel mondo di Nino Cordio, e lo state per fare attraverso queste pagine, allora davvero vi invidio. Perché so già quello che vi capiterà. Ci entrerete leggeri e senza pretese, piacevolmente coinvolti dalla oscura allegria del colore e dalla forza nascosta del tratto. Incuriositi man mano dalle parole di chi quel mondo lo ha conosciuto e interpretato già, e ha voluto provare a raccontarlo. Poi qualcosa vi stupirà, e forse vi infastidirà perfino. Ci si ammala anche un po’, dovete saperlo. Una febbre leggera che quando passa vi lascia diversi, cresciuti. Come quando da piccoli, dopo tre giorni di termometri in ebollizione, ci si scopre più alti di qualche centimetro. Vi troverete a guardare e riguardare l'ocra di un cielo impossibilmente vero, o il blu notturno di un cespuglio rubato a un sogno, il rosso esplosivo di un inverno che mai avreste pensato potesse essere raccontato così, e non capirete. Sarete persi. È inevitabile, anzi necessario. Allora cercherete un'indicazione, un consiglio, un percorso per orientarvi in quei luoghi da cui il senso e la certezza sono improvvisamente scomparsi. Vi sentirete forse traditi, come per un attimo strappati al presente e depositati per scherzo su qualche luna, o su Marte (come implicitamente suggerisce, sorridendo, Camilleri). Cercherete aiuto di nuovo nelle parole altrui, e così rileggerete in tutt'altro modo quello che descrive Giuffré, o Siciliano, o Volo, o Sciascia, o una qualsiasi delle decine di firme che impreziosiscono questo libro. Qualcosa allora comincerà a riprendere un senso, nel continuo rimando tra le parole e le immagini, ma ancora non basta. Scruterete il volto di Nino, il suo sguardo, il sorriso, la fisicità. Attraverserete la sua storia, i viaggi, i luoghi, gli affetti, l'impegno. Ma non è neanche qui la risposta. E nemmeno serve concentrarsi sulla tecnica, scoprirla minuziosa, sapiente, raffinata. Neanche quello vi aiuterà, anzi potrebbe sviarvi. Dove allora? Come farla scendere quella febbre? Come orientarsi? Come tornare sul nostro pianeta, e soprattutto come riuscirci senza che il ricordo del pianeta di Cordio ci rimanga dentro inquieto a smentire il nostro? Come conciliare la potenza irreale e incrollabile a un tempo dei suoi colori, con la fiacca prevedibilità dei nostri? Quale linguaggio non abbiamo ancora saputo imparare? Beh, non vi aspettate una risposta certa. So solo che troverete immancabilmente la vostra. Ma succederà forse soltanto dopo che avrete chiuso il libro e chiuso gli occhi. E respirato. La verità, la mia verità almeno, è che non è agli occhi che parlano le forme e i colori di Cordio, ma molto più al naso, alle orecchie, al palato. Come diceva in una splendida canzone di parecchi anni fa De Gregori, “non c'è niente da capire” nell'opera di Nino. C'è solo da sentire. Non c'è da indagare, spiegare. Basta respirare, annusare, ascoltare, mangiare, ridere, piangere, riposare… Simbolo, significato, programma, racconto, teoria. Non di questo è fatto lo sguardo di Cordio, non di questo il suo linguaggio. Non c'è sapere. Semmai sapienza, nel modo artigiano e di bottega, e nella tecnica che virtuosisticamente sa annullare la distanza tra la visione e la sua realizzazione. Ma la sapienza quando è così ben utilizzata, non pesa. Il sapere sì. E in tutta l'opera di Cordio quel peso non c'è mai. C'è solo forza. E di quale forza si tratti ce lo spiega splendidamente Camilleri più avanti, in queste tre righe che chiudono con affettuosa precisione un già preciso ritratto: Nino era un uomo dolce, di delicati pensieri e di grande generosità, nei contatti con gli altri non innalzava schermi protettivi, ma la sua arte, sotto l’apparenza della grazia, nascondeva la stessa forza sismica che ha fatto fiorire il mondo (A. Camilleri, Omaggio a Nino Cordio). Se ci si lascia andare a quella forza, allora non sarà più necessario essere nati nell'entroterra trapanese o cresciuti tra le colline di Todi, per sentire e quindi comprendere quei colori, quegli sguardi. Saremo semplicemente sbocciati nella nostra personale Felceti, o staremo ardendo nella Santa Ninfa della nostra infanzia. La febbre intanto è passata. E ci ha lasciati più alti di qualche centimetro, ve lo assicuro. Personalmente poi, quando dico che le opere di Cordio si sentono, confesso che lo intendo proprio in senso letterale! Parlo cioè di suono, e ancor più di rumore di fondo. Ma qui capisco di entrare forse pericolosamente nella mia privata e individuale follia. Perciò la prendo un po’ larga e parto da una data precisa, che forse spiega anche un po’ perché ci sia io a scrivere indegnamente questa prefazione. 7 agosto 2007. Giorno del mio concerto a Santa Ninfa. Un casino riuscire a organizzarlo, senza poterlo neanche pubblicizzare, per vari motivi. Però tanta voglia di esserci, per Francesco, per suo padre, per quell'amore verso i risvolti più nascosti di una Sicilia che mi aveva ormai già da anni riempito e sconvolto la vita, il cuore, la fantasia. Un po’ magico il luogo, un po’ magica la serata. Ma di Santa Ninfa ricordo soprattutto un grande vento, quella sera, che si portava via le parole e le note. Ecco forse perché associo facilmente proprio quel ricordo all'effetto che spesso mi fanno le incisioni del papà di Francesco (ché questo era fondamentalmente per me Nino: il papà di un caro amico). Quella sera il paese era pieno, al di là delle più ottimistiche previsioni. Un successo per Francesco e per quelli che insieme a lui avevano fortemente voluto festeggiare con quel concerto la nascita del museo di Nino Cordio, in mezzo a così tante difficoltà. Però quel vento. Inatteso. Una forza antica e dispettosa che sembrava giocare a renderci di tanto in tanto muti e sordi, rubando e nascondendo all'improvviso il suono dei nostri strumenti e delle nostre voci. Un gioco che a tratti ci consegnava allo sguardo del pubblico ridicolmente silenziosi, malgrado le luci, i movimenti, le espressioni. Fermi nell'assenza di suono come a volte solo un quadro può essere. Ecco. È questo in fondo che mi sembra accada ogni volta che guardo un quadro. C'è sempre un vento che si è appena portato via il suono da ogni quadro che sia stato fatto. E più è bello e riuscito il quadro, più sarà recente e doloroso il furto, evidente quell'assenza. Con qualche eccezione però. Pochi e visionari artisti, poeti forse più che pittori. Ché in fondo la grande pittura, nel suo costante perfezionarsi, nel moltiplicarsi delle sue scoperte tecniche e nell'aggiornarsi dei suoi linguaggi, si è principalmente preoccupata di gratificare l'occhio: imparando a sedurlo inseguendo il realismo, la prospettiva, il movimento, la geometria, la simmetria. O seducendo il pensiero, riempiendosi di significati, intenzioni, teoremi. Solo quando l'arte figurativa diventa poesia, io credo, riesce a gratificare davvero tutti gli altri sensi. E per quanto riguarda il mio gusto personale, o la mia privata follia di cui sopra, dirò che è solo la Grande poesia quella che riesce a farmi ascoltare un luogo, sentire il rumore di fondo di una scena, resistere a quel vento che altrove lascia solo silenzio. Non so se vi capita mai di pensarci, ma quando abbiamo il ricordo di un luogo, di un momento, tendiamo a credere che coincida più che altro con l'immagine di cui conserviamo memoria. Al massimo riusciamo ad aggiungere odori e profumi. Raramente ci accorgiamo di quanto il suono possa essere parte fondamentale di quel luogo e di quel momento. Non di musica parlo, ovviamente, ma di suono, appunto. Di rumore, e rumore di fondo in particolare. Quel preciso insieme di elementi acustici che l’orecchio coglie anche se non ce ne accorgiamo, e che contribuiscono implicitamente a informarci dello spazio che abbiamo intorno, o davanti. Anche di questo si compone la nostra percezione di quel momento e di quel luogo, e di conseguenza anche questo si cela nel ricordo che serbiamo. Questo riesce a fare Cordio. Questo almeno fa per me. Restituisce o crea il suono e soprattutto il rumore di fondo del luogo e del momento che ci sta mostrando. Qualcosa di potentissimo e di così poco compreso e sfruttato che siamo anche meravigliosamente impreparati a riceverlo, inaspettatamente infantili nel goderne. E sono foglie appena mosse, armonia di insetti, gutturalità di nuvole e di montagne, ma anche elettricità crepitanti di periferia, e passi, e respiro. Ché perfino l'uomo c'è nel rumore di fondo di Cordio, mentre dall'immagine manca. E c'è anche il vento. Non quello che toglie all'opera voce e rumore, appunto. C'è il vento del mondo di Cordio. Il vento parte di quello stesso rumore di fondo. Io ce lo sento spesso. Che sia l'aria elegante e semplice delle campagne di Todi, o che sia soprattutto quel vento antico e potente di vallate sicule, lo stesso che quella sera d'estate a Santa Ninfa aveva deciso di scherzare con noi. Così quella forza di cui parla ancora una volta Camilleri, dicendo che sembra che le cornici stesse dei quadri di Cordio non debbano riuscire a trattenerla, quella forza secondo me è soprattutto suono. Per questo non c'è da temere per le cornici. Il suono ha altre dimensioni, altre profondità, altri spazi. Perciò a voi fortunati che state per immergervi per la prima volta in questo mondo ancestrale, dico solo questo: chiudete ogni tanto gli occhi, e quando li riaprite spalancate insieme naso, cuore e orecchie. E respirate. infine due parole per Francesco, che con tanto amore e dedizione ha saputo comporre questa riuscitissima antologia paterna. La nostra amicizia comincia a essere di lunga data. Così come numerosissime le collaborazioni. Sono anni che il suo occhio attento e curioso mi segue nel mio peregrinare tra le note e le città, anni che mi racconta attraverso le riprese delle sue telecamere. Insieme abbiamo viaggiato e visto il mondo, diviso case, cresciuto bambini. Grazie a lui è nato ad esempio un rapporto ormai stretto e appassionante con una porzione di America Latina e con gli Inti Illimani, cui Francesco ha dedicato un bellissimo film-documentario, il primo di una serie che immagino continuerà e gli darà riconoscimenti e soddisfazioni. Ci unisce il gusto per il viaggio, per la musica, per il cibo, per l'impegno politico e sociale, che entrambi ricevemmo dai nostri genitori. Abbiamo entrambi avuto un padre gigantesco a cui ispirarci e di cui perpetuare forse l'esempio. Entrambi l'abbiamo perso a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro. Vorrei un giorno riuscire a rendere omaggio al mio come lui è riuscito a fare col suo. Qui voglio solo dirgli – se per caso non se ne fosse accorto – che l'occhio di Cordio di cui questo libro parla, in fondo è e sarà sempre anche il suo.
di Daniele Silvestri
©Infinito edizioni 2010 – Si consente l’uso libero di questo materiale citando chiaramente la fonte
L'occhio di Cordio. Le opere di Nino Cordio, le testimonianze 2010, Infinito € 15,00 Acquistalo su iBS Italia
redazione ilcassetto.it 23/06/2010
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