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UN ANNO DOPO
Nel primo anniversario dei brogli alle presidenziali, l'Onda verde iraniana fatica a trovare uno sbocco politico


Come sta l’Iran a un anno dalle contestatissime elezioni che hanno riconfermato Mahmud Ahmadinejad presidente della Repubblica islamica? Che ne è della cosiddetta Onda verde? In questi 12 mesi si sono alteranti momenti di grande speranza e partecipazione ad altri di paura, frustrazione e angoscia.

Di certo c’è soltanto che il presidente è ancora Ahmadinejad e il suo posto sembra più saldo rispetto a cinque o sei mesi fa. Le frizioni con la Guida suprema sembrano rientrate o quanto meno contenute mentre il sostegno dei pasdaran sembra garantire il controllo dell’ordine interno.

Controllo portato avanti attraverso la repressione e l’uso puntuale di vere e proprie campagne di terrore. Dalla giornata di Qods in settembre, fino all’imminente anniversario delle elezioni, ogni volta che si avvicina una possibile occasione di mobilitazione popolare, si scatena un’ondata di arresti e di esecuzioni capitali. Basti pensare che soltanto in due giorni, tra il 7 e l’8 giugno, le impiccagioni state 18.

La repressione non è però il solo ostacolo sulla strada dell’Onda verde. Forse non è nemmeno il principale. Indubbiamente, il blocco affaristico-militare che oggi controlla il Paese, esercita in modo spietato e spregiudicato l’uso della forza per reprimere il dissenso.

Ma – a un anno dalla sua nascita – l’Onda verde fatica ancora a trovare un’identità precisa, un programma politica unitario, un leader riconosciuto. Ci sono personaggi, umori e aspettative anche molto diverse tra loro. Alcuni pensano di poter riformare il sistema, altri lo vogliono abbattere.

Sembrano però al momento mancare due condizioni indispensabili per qualsiasi cambiamento in Iran. Le masse popolari, dei lavoratori salariati, sembrano piuttosto tiepide nei confronti del movimento, nonostante la situazione economica sia sempre più difficile. Alcune grandi fabbriche non pagano gli stipendi ormai da più di 7 mesi e la finanziaria varata a marzo prevede tagli drastici al sistema dei sussidi. Però, evidentemente, il sottoproletariato iraniano ha ancora un briciolo di fiducia in questo sistema. O, forse, non vede grossi vantaggi in un eventuale stravolgimento dell'attuale sistema sociale.

Allo stesso modo, il bazar, da sempre motore dei grandi cambiamenti, non ha ancora spezzato il suo legame con questo sistema. I grandi bazarì di Teheran nord sono magari scesi in piazza un anno fa, mandano i figli a studiare all'estero, ma continuano a trarre vantaggi economici enormi da un sistema che non prevede – di fatto – alcun prelievo fiscale. In Iran, infatti, il bilancio statale si basa sull'export del petrolio, non sulle tasse. È la grande linea di continuità tra Iran pre e post rivoluzionario: lo Stato chiede poco in termini di contributi e dà pochissimo in termini di diritti e potere decisionale. È una condizione di sudditanza, non ancora di cittadinanza. Quella libertà che la repubblica islamica non concede di diritto, viene di fatto comprata a caro prezzo e ricostruita in forma privata. Gli iraniani di Teheran nord hanno in privato uno stile di vita impensabile per ampi strati della popolazione.

Come trovare una via d'uscita? A detta di molti attivisti dell'Onda verde, il loro non è un movimento rivoluzionario, non cercano uno stravolgimento dello status quo. E questo non è un male, visto che – come diceva qualcuno – la rivoluzione non è un pranzo di gala. Ma allora, che fare? Quello iraniano è un regime che si è fatto “sistema”, che penetra, condiziona e forma l'esistenza di una nazione ormai da 30 anni.

Gli iraniani non hanno più fiducia in questo sistema ma non sono forse ancora disposti a rischiare tutto per averne un altro. Troppe le differenze con la situazione del 1979 per ipotizzare una nuova rivoluzione. E non è ipotizzabile che gli avversari dell'Onda verde svaniscano di colpo. Forse troppi osservatori occidentali sono ancora condizionati dall'implosione dei regimi dell'Est del 1989. In Iran è impensabile una transizione così rapida e sostanzialmente indolore.

All'Onda verde, per arrivare per lo meno a dei cambiamenti sostanziali, manca comunque una strategia politica degna di questo nome. La lotta per i diritti umani è sacrosanta, ma di per sé non costituisce una piattaforma politica spendibile. A breve è perciò difficile ipotizzare grandi cambiamenti. Anche se l'Iran è un Paese sempre in grado di sorprendere.



Antonello Sacchetti
23/06/2010



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