Con “Roma - Liverpool 1-1” Giuseppe Manfridi regala un meraviglioso atto terzo del suo “Dieci partite”

Non è vero che il passato non si può modificare, che non si può tornare indietro nel tempo e cambiare un dettaglio, correggere un errore che ha segnato la nostra vita. A me è successo domenica 30 maggio 2010, quando ho assistito al Teatro Vittoria di Roma a uno spettacolo semplicemente meraviglioso: ROMA-LIVERPOOL 1-1, terzo atto del progetto 'DIECIPARTITE' di e con Giuseppe Manfridi.
Confesso che vado raramente a teatro (causa anche alcuni traumi adolescenziali da post avanguardia), ma non ci vuole un esperto per rendersi conto di quanto talento ci sia in quell’atto unico tiratissimo, in cui Manfridi ci tieni in pugno fino all’ultimo secondo. Anzi, anche oltre. Perché quando crediamo tutti che lo spettacolo sia finito, ci regala una sorpresa che non va raccontata ma semplicemente scoperta, se e quando vi sarà possibile assistere allo spettacolo.
Roma – Liverpool, per ogni romanista è la madre di tutte le battaglie… perse. Ma siamo poi proprio sicuri di averla persa quella partita? Non a caso, il titolo dello spettacolo riporta il risultato dei 120 minuti di gioco: 1-1. Certo, poi ci sono stati i rigori, ma – ci spiegherà Manfridi – quelli sono tutto un altro sport.
Esiste il caso? Non è certo una coincidenza che Agostino Di Bartolomei, indimenticabile capitano di quella partita, si sia ucciso esattamente dieci anni dopo, il 30 maggio 1994. Ed è a lui che è dedicato l’ultimo brivido della serata. Ma non è l’unico protagonista dello spettacolo. C’è Betti, la donna di cui è innamorato il Giuseppe del 1984 e che muove buona parte del racconto. Ci sono gli altri calciatori della Roma e del Liverpool, c’è persino spazio per Astutillo (“nome plautino”, dice Manfridi) Malgioglio, allora secondo portiere giallorosso, impegnatissimo nel sociale, e per due comparse casuali e involontariamente esilaranti di quella notte pazzesca, tali Carlo Alberto Carletti e il signor Catenella. C’è una partita che l’autore vede due volte, dal vivo nel 1984 e in vhs 26 anni dopo. Ventisei anni, quanto tempo…
Il 30 maggio 1984 avevo quasi 13 anni e stavo per terminare la seconda media. I due precedenti erano stati anni calcisticamente grandiosi: il Mundial dell’82, lo scudetto della Roma dell’83… e poi quella finale di Coppa Campioni che il destino aveva voluto si giocasse proprio a Roma, nel “nostro” Olimpico pre – 1990, con le tribune ancora basse, con poco acciaio e molto marmo. Già, il marmo. Un altro protagonista del monologo di Manfridi, quando parla di “Roma senza l’articolo”, intesa come città e non come squadra.
Ci ho ripensato tante volte: gli anni Settanta sono finiti per davvero soltanto dopo due eventi concentrati in due settimane: la finale di Coppa Campioni del 30 maggio 1984 e i funerali di Enrico Berlinguer, due settimane dopo. Perché? Perché basta rivedere le immagini dell’epoca per vedere come fossimo allora tutti profondamente diversi, forse più semplici, forse più illusi. Gli anni Ottanta, gli stramaledetti anni Ottanta, sarebbero cominciati solo dopo quell’estate. Altro che borsa, altro che Milano da bere, altro che Drive In e paninari. Fino al 1984 esisteva un modo di “essere” collettivo, tutti insieme, allo stadio e nelle piazze. La moda non tiranneggiava ancora come avrebbe fatto di lì a poco. Taglio di capelli ancora lunghetto per i maschi, jeans sdruciti, persino vecchie Tolfa per i fratelli più grandi. La plastica ci avrebbe invaso soltanto qualche anno più tardi, in tutti i sensi. Eh sì, “notti di sogni e di coppe dei campioni”, come cantava Venditti. Il sogno era collettivo, non individuale.
Poi andò come andò, quella sera. E l’Italia – fa bene a ricordarlo Manfridi in apertura – è davvero un Paese da commiserare perché continua ad avere bisogno di eroi. E quella sera del 30 maggio, in tanti l’abbiamo rimossa. O, almeno, io l’avevo rimossa. Come un lutto non elaborato, una ferita non curata. E non dite “Esagerato!”, non pensate che sia una cosa da poco soltanto perché era una partita di calcio. Ma una partita è per sempre, ce lo dice Manfridi e ha ragione da vendere. E quel maledetto 30 maggio ha spazzato via il pensiero folle di essere campioni d’Europa, di sognare in grande e per tutti. Al di là di tanti lustrini, gli anni Ottanta sono stati meschini proprio perché il sogno è diventato una questione privata e non più collettiva.
Spiega lo stesso Manfridi: “Roma-Liverpool l’avevo un po’ scansata da me, ma mai abolita. Come abolire un kolossal? Un kolossal dell’anima. Roma. Roma e la sua finale. La città si era guadagnata quella finale di Coppa Campioni ‘83/’84 prima che riuscisse a farlo la propria squadra. Al tentativo numero uno. Meraviglia delle meraviglie. Come non pensare al miracolo!? E una porzione di miracolo ci è stata data. Tutto intero no, ma una porzione di miracolo già basta a segnare una vita. Qui, e non altrove, nella Roma della Roma, si sarebbe disputata l’ultima gara”.
Ecco, anche la mia di vita è stata segnata da quella “porzione di miracolo”, nel bene e nel male. E quei 90 minuti di monologo hanno riportato alla mente immagini rimosse, cancellate dalla selezione impietosa e mai casuale della memoria. E alla fine ho fatto pace con Roma – Liverpool, cioè con una parte importante della mia adolescenza.
C’era una luna enorme ieri sera a Roma. Enorme, ma non piena, non perfetta. C’era la luna e c’era l’aria dell’estate che sta per arrivare. E a Testaccio c’era tanta gente per strada e i fuochi d’artificio per la festa di Santa Maria Liberatrice, patrona del quartiere. Pareva quasi Capodanno. Mi sentivo bene come soltanto l’arte, la grande arte, può farti sentire. E perché – come dice Elias Canetti, “la memoria serve a liberarci”. E mentre attraversavo una Roma bellissima e sdrucita (Manfridi dixit, aridaje) ero felice, anzi felix, cioè vincitore. Non vincente, vincitore. Perché ieri sera ho scoperto che per 52 lunghissimi secondi la Coppa Campioni è stata effettivamente tutta nostra. Una perfezione provvisoria, proprio come direbbe Carofiglio. Ma pur sempre una perfezione. E se non ci credete è colpa vostra che ieri sera non eravate al Vittoria.
Antonello Sacchetti
31/05/2010
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