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FIRENZE. QUELLE BOMBE DEL ’93
Il testo scritto dal magistrato Alfonso Sabella per il libro di Silvia Resta


Qualcuno, e già all’epoca, le definì le “bombe intelligenti”. In un Paese già minato alle fondamenta dallo scandalo di tangentopoli e con i partiti tradizionali allo sbando, quegli ordigni esplosi a Firenze, Roma e Milano avevano messo praticamente in ginocchio l’Italia e determinato nella società civile un senso di inquietudine e di insicurezza almeno pari a quello conseguente al sequestro e all’uccisione di Aldo Moro.

Nelle Procure siciliane tutti avevamo capito che si trattava di bombe “diverse”: diverse da quella che, per ammazzare Giovanni Falcone, nel maggio del ‘92, aveva fatto saltare in aria due tronconi di autostrada a Capaci. E diverse anche da quell’altra che, due mesi dopo, aveva ucciso Paolo Borsellino, e che già in sé ci era parsa parecchio “strana”. Almeno per i tempi in cui si era deciso di farla esplodere.

Eppure era sempre esplosivo di mafia. Era sempre Cosa Nostra che, con i suoi uomini, aveva collocato quelle bombe. Quando, più in là, andremo avanti con le indagini, scopriremo un’altra caratteristica del tritolo del ‘93. I carnefici che l’avevano sistemato e fatto deflagrare non erano, come a Capaci e a via d’Amelio, i cosiddetti uomini d’onore.

Non c’erano capimandamento, reggenti, consiglieri e sottocapi sotto la Torre del Pulci a Firenze, o a San Giovanni in Laterano a Roma, ma solo semplici fiancheggiatori di Cosa Nostra, semplici ladri e rapinatori arruolati quasi per l’occasione: praticamente dei “vuoti a perdere” che non potevano avere idea per quale ragione e nell’interesse di chi avevano commesso quelle stragi.

Si disse anche, paradossalmente, che erano “bombe di pace”. Con le stragi siciliane di Capaci e via d’Amelio Cosa Nostra aveva dichiarato guerra allo Stato, con quelle del Continente dell’anno successivo, invece, la mafia avrebbe cercato di dialogare con le Istituzioni. Lo scopo sarebbe stato quello di trattare per ottenere le solite cose: revisione dei processi, abrogazione della legge sui pentiti, abolizione del 41 bis, scarcerazione dei vecchi boss malati…

In cambio si offriva, appunto, la pace e la tranquillità del Paese.
Ma allora perché non minacciarle le stragi? Perché non collocare 300 chili di semtex sotto la Torre di Pisa e avvisare le Forze di Polizia? Perché non riempire le spiagge di Rimini e Riccione di siringhe infette e telefonare al Comune? ''Questa volta ve lo abbiamo detto per tempo ma la prossima…''.

Non sono esempi di fantasia: erano proprio queste le idee che avevano a quei tempi tanti capimafia preoccupati per la dimostrazione di impegno che lo Stato stava manifestando contro la criminalità organizzata, mandando i suoi uomini migliori a Palermo e munendoli, finalmente, di efficaci strumenti materiali e normativi.
Perché allora la mafia decise di passare dalla minaccia all’esecuzione? Cos’era questa incomprensibile vocazione suicida di Cosa Nostra?

Già, nel luglio 1992 mentre i soliti garantisti, pur dopo la strage di Capaci, avanzavano dubbi sulla necessità di misure straordinarie antimafia, la mafia aveva fugato ogni loro perplessità uccidendo Paolo Borsellino. A un anno di distanza, mentre tutte le forze sane del Paese erano impegnate a contrastarla, Cosa Nostra, invece di sommergersi e far dimenticare della sua stessa esistenza secondo la logica tutta siciliana del “calati juncu ca’ passa la china”, continuava in quella strategia di morte e distruzione che non poteva portare nulla di buono per i suoi affiliati.
E allora, tutta questa “intelligenza”?

I mafiosi che avevo conosciuto, in fondo, erano uomini piccoli, forse furbi ma con concetti elementari. Totò Riina, da contadino qual era, investiva la maggior parte dei proventi miliardari della sua attività criminale in terreni agricoli; Giovanni Brusca, più giovane e cittadino, in appartamenti, orologi di marca e in qualche impresa edile; i Vitale di Partinico, allevatori, compravano masserie, vacche e pecore; e lo stesso Giuseppe Graviano, che pur frequentava ambienti, come si usa dire a Palermo, più cool, si era limitato a investire in valuta pregiata e titoli di Stato.

E allora a chi, in realtà, facevano comodo quelle bombe e, soprattutto, di chi era quell’“intelligenza”?

Nessuno dei collaboratori di Giustizia che ho interrogato e che aveva in qualche modo collaborato a quelle stragi è stato in grado di rivelare il motivo per cui le avevano eseguite. Erano semplici soldati, meri esecutori di ordini. Del tutto inutile era stato contestare loro che, con quelle bombe, avevano di fatto solo contribuito a rafforzare la determinazione dello Stato nel contrasto alla mafia e, in pratica, a determinare l’inizio della fine di Cosa Nostra: decine e decine di mafiosi latitanti arrestati, arsenali sequestrati, patrimoni miliardari confiscati, centinaia di condanne all’ergastolo o a decenni di carcere. Insomma un pessimo affare per i boss.

Cui prodest? A chi interessa? È la prima domanda che un investigatore deve porsi quando inizia a lavorare su un delitto. E noi ce la siamo posta tante volte e tante volte abbiamo trovato ipotesi credibili, anche se tutte le verifiche compiute non hanno finora mai raggiunto la dignità necessaria per sfociare in provvedimenti giudiziari.

Del resto nel nostro Paese ormai il livello probatorio necessario per far condannare qualcuno che sia diverso da un extracomunitario clandestino o da un disperato simile deve essere elevatissimo; e più è influente la persona su cui si indaga più questo livello deve innalzarsi. In certi casi – e da magistrato mi dispiace riconoscerlo – purtroppo ci si deve fermare, si deve prendere atto che la tua ipotesi investigativa, per quanto verosimile e riscontrata, non ha alcuna possibilità concreta di essere confermata da una sentenza emessa in nome del Popolo italiano.

La protagonista di questo romanzo di pura fantasia, un’invenzione narrativa che trae mero spunto dalla strage di via dei Georgofili, infatti non è un pubblico ministero, né un poliziotto o un carabiniere, ma una giovane reporter americana. Dunque proprio il personaggio giusto per indagare sulle ragioni dell’attentato alla più importante pinacoteca del mondo, il Museo degli Uffizi.

Forse solo una persona non soggetta alle ferree e pur necessarie regole dell’attività giudiziaria, ma soprattutto libera, anche perché straniera, da condizionamenti esterni poteva approfondire la vicenda con arguzia, acume e una consistente dose di spregiudicatezza. Forse solo un corrispondente di un giornale estero potrebbe andare avanti, in piena autonomia, in un’inchiesta così delicata senza preoccuparsi delle conseguenze, ma con l’unico scopo di accertare la verità, o qualcosa di vicino a questa, senza paura di censure, ritorsioni, delegittimazioni.

Ma si tratta, appunto, solo di fantasia.


©Infinito edizioni 2010 – Si consente l’uso libero di questo materiale citando chiaramente la fonte


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redazione ilcassetto.it
25/05/2010



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