Tra Nuovo e Antico Testamento. La postfazione di Giuseppe Caliceti per il libro di Daniela Tazzioli

In questi ultimi decenni, i racconti e i romanzi omosessuali mi hanno sempre lasciato perplesso. C’è stato un momento in Italia in cui rappresentavano un sottogenere letterario del romanzo d’amore. Pareva quasi che, solo perché l’oggetto del desiderio era dello stesso sesso dell’io narrante, si potesse chiudere un occhio di fronte a forme retoriche che io chiamo di “pornografia sentimentale” o descrizione dell’innamoramento e dell’amore quasi ferme nel tempo, adolescenziali. Lo dico perché ho iniziato a leggere le pagine di questo romanzo di Daniela con tutti i miei pregiudizi. Squisitamente letterari, beninteso.
Tuttavia, fin dalle prime stesure che Daniela mi ha sottoposto nel corso degli incontri mensili di “Baobab/Spazio Giovani Scritture”, il laboratorio gratuito di lettura e scrittura creativa che da oltre dieci anni gestisco per conto del Comune di Reggio Emilia, ho trovato in questo testo numerosi aspetti che mi incuriosivano per la loro indubbia originalità e forza espressiva. Intanto l’urgenza e l’ironia della scrittura, il suo passare con grande allegria e disinvoltura e libertà da registri aulico-poetici ad altri sperimentali-sbarazzini, da matrici di amor sacro ad altre di amor profano, lanciando il lettore come su un ottovolante. A tal punto che lo stesso sottotitolo dell’opera, “un poema erotico-comico non in versi”, mi pare più un modo per sfuggire a una definizione che cercarla, di fronte a un corpo testuale così anomalo e ricco.
Il “poema” si dichiara “erotico” ma anche “comico” e già qui l’autrice prende distanza dalla sua voce narrante invasiva e determinata che si autodefinisce “kafkiana, voltairiana, kantiana, illuminista, razionalista, cerebrale, destrutturata”: specchio dell’Occidente contemporaneo, in pratica.
Vuole inoltre essere “poema” – Daniela inizia ed è ancora oggi essenzialmente poetessa – ma vuole esserlo “non in versi”, rimandando forse a una tradizione della poesia novecentesca certamente non come quella italiana, abbagliata dall’ermetismo, che ha sacrificato sull’altare dell’illuminazione lirica quella di una “poesia narrativa”, capace di raccontare situazioni e storie, come accade in altre parti del mondo, soprattutto nei Paesi di lingua anglosassone.
La novità, nel racconto e nella descrizione dell’amore tra due donne, è poi data non solo dalla loro età e dalla loro situazione familiare – siamo di fronte a una mamma trentenne con una figlia e a una mamma cinquantenne con tre figli, e a due mariti tra il latitante e il rifiutato, rappresentanti di un mondo maschile tutto da dimenticare – ma soprattutto dal fatto che a parlare di amore per un’altra donna è un’intellettuale cattolica, una professoressa, che, fin dall’inizio del suo racconto, si pone programmaticamente contro “i drammoni psico-esistenziali sull’identità sessuale” tutti fatti di “sofferenze, persecuzioni, sensi di colpa, ingiustizie e così via e non il piacere” e, inevitabilmente, contro la condanna nei confronti dell’omosessualità da parte della Chiesa cattolica, in modo semplice ma fermo, attraverso due precise citazioni:
“L’omosessualità è una grave depravazione e gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”. (Catechismo della Chiesa Cattolica).
“Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”. (Santo Evangelo).
Colpisce la naturalezza e la semplicità a tratti infantile con cui viene vissuto e celebrato questo amore al di sopra di ogni morale corrente. E fanno sorridere alcuni atteggiamenti verbali da “maschiaccia” di Kami di fronte al marito della sua amata. Così come risultano universalmente sincere paure e gelosie, fantasmi e pensieri d’amore. Lo snodarsi agile e veloce della nascita e della fine di una passione scambiata per amore è in realtà una vera e propria guerra santa emotivo-sentimentale senza esclusioni di colpi e di intelligenze, come solo le donne sono capaci di concepire e mettere in atto.
Ma c’è di più. È l’impossessarsi e il non rinnegare, nel suo condividerla col lettore, da parte di questa mamma cattolica perdutamente innamorata di una mamma più grande di lei, della sua erudita educazione cattolica e delle sue forme narrative per parlarci del suo amore e del suo disamore. Così la descrizione dell’amata avviene attraverso il Cantico dei Cantici. Di fronte a una possibile separazione si fanno “dir messe, novene, rosari e pellegrinaggi”. Il sesso, descritto con dovizia di particolari – assumendosi il rischio di essere frainteso da un “lettore guardone” di sesso maschile – diventa “solenne liturgia” in cui si contempla il corpo dell’amata e ci si sente “una sacerdotessa”. Ma anche un momento di invenzione, esplorazione, perfezionismo, sperimentazione. Perché “a volte per allargare i confini dell’anima si devono varcare anche quelli del sesso”. Di più: “Sento che lei è la mia trascendenza. Oltre i confini del pudore e della materia, oltre i limiti soggettivi della morale e quelli oggettivi della felicità, io ti amo e mi trascendo”.
Poi, l’abbandono. L’amata passa nel letto di una dottoressa magra. Cominciano le lamentazioni. Si fa i conti con il “mito” – non solo occidentale – del possesso che, in un primo momento, l’io narrante sembrava attribuire solo allo sporco e devastato universo maschile. E anche qui la fa da padrone l’immaginario cattolico. Si ricorre narrativamente ai commenti del salmista. Entra in scena lo Stabat Mater di Pergolesi. Si passa con veemenza dal Cantico dei Cantici alle maledizioni e alle invocazioni di aiuto e salvezza più o meno bibliche che vengono sapientemente artefatte e riadattate a uso personale. Salta fuori una citazione dal Libro di Tobia. Il Dio della travolgente passione è morto: ci si immerge nel rigore e nelle elencazioni di una scrittura da Antico Testamento. Più incisiva, frontale. Da litania. La vasellina rimane “sacro-crisma che nessuno più ora utilizzerà”. La voce, più che raccontare, vuole piangere, sfogarsi, maledire, massacrare. La lingua non lecca più nessuna vera o presunta ferita esistenziale, sente il bisogno solo di mordere e mordersi. Si identifica con Primo Levi quando dichiara che “vittima e carnefice non sono intercambiabili”. Paragona dunque il dramma della guerra, della Shoah, della guerra di conquista con la propria battaglia d’amore persa. Siamo al puro delirio. Non tanto come forma di depressione o pazzia, ma come forma letteraria religiosa d’amore. E quindi, contemporaneamente, di preghiera visionaria. Sono per me i momenti più entusiasmanti di questo libro.
“Mi sono messa a pregare come la vedova importuna del giudice iniquo del vangelo: Rendimi giustizia, Signore, contro il mio avversario”.
Liberato da tutte le sovrastrutture culturali e religiose, l’umanissimo io-narrante pare regredire a uno stato di bestia dolente dilaniata da un dolore insopportabile, sovrumano. Mostra tutta la sua umana fragilità e la sua piccola ferocia. Senza vergogna: come sempre accade in questo libro. Sembra quasi invocare la perentorietà di un Dio islamico – almeno per come ci viene raccontato in questi anni in Occidente. O comunque del Dio dell’Antico Testamento a cui chiedere giustizia, vendetta, punizioni, maledizioni, ordine.
E la figlia dell’amata rifiutata? La figlia “è serena” perché la mamma è felice, e si gode la sua mamma quando la mamma è innamorata e ricambiata. Ma quando non lo è? Peccato che nel libro se ne parli così poco.
Ha scritto recentemente il Dalai Lama: “La coppia sembra avere una grandissima importanza nella vita degli occidentali. Mi ponete spesso domande su questo argomento”. Come volesse dire: forse anche troppa importanza.
Allora pongo a me e a chi mi legge alcune domande scaturite dalla lettura di questo libro. Forse, a noi occidentali, potrebbe oggi far bene ricominciare a ragionare seriamente, quando ci avventiamo a parlare e a vivere innamoramenti e amori, ripartendo da lì? Dalla necessità improrogabile della coppia, del possesso della persona amata? E magari ripensando anche a come la religione cattolica forse modella ancora anche il nostro intimo, i nostri stessi desideri; a sua immagine e somiglianza, oserei dire? E ripensare anche con più distacco ai miti letterari della coppia e dell’amore romantico, non ci farebbe bene?
Scriveva Eraclito: “Non è bene che per gli uomini si avverino tutti i loro desideri”. Uomini e donne, beninteso. Desideri etero e non. Dunque, non esiste nessuna guerra santa. Neppure in Amore. Penso sia questo il messaggio finale che ci consegna questa lettura.
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redazione ilcassetto.it
13/05/2010
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