Equilibri politici interni e internazionali dopo le elezioni

Le elezioni irachene confermano la volontà popolare di uscire dalle divisioni sulla base del diritto di cittadinanza. La tendenza che emerge sembra essere un vero e proprio invito alla moderazione e al compromesso a tutti i livelli. Ma, nonostante alcuni risultati inaspettati, il dato di fondo rimane comunque una realtà basata sulla tripartizione etnico - confessionale. Le quattro più grandi coalizioni elettorali si spartiscono gran parte dei 325 seggi del parlamento che decide il governo ed elegge il capo di stato.
L’alleanza al–Iraqiyah dell’ex premier Iyad Alawi, votata dai sunniti ma anche da sciiti secolari, ottiene 91 seggi e diventa il primo partito. Essa si definisce extraconfessionale, secolare e nazionalista, ma in realtà è votata maggiormente dagli elettori del triangolo sunnita dell’Iraq centrale. Allawi ex premier sciita e ba’athista si è detto disponibile a intavolare trattative con tutte le forze politiche.
La coalizione State of Law del premier in carica al-Maliki ottiene 89 seggi e diventa il secondo partito. Anche se al-Maliki ha dato segni di un allontanamento dalle logiche confessionali e ha beneficiato del bonus di controllare l’apparato statale, la sua base elettorale è rimasta essenzialmente quella sciita che si concentra nel partito Da’wah (Invito). Al -Maliki si detto disponibile per un governo di coalizione.
La coalizione National Alliance di Ammar Hakim che unisce i partiti religiosi di Sciri (Alto Consiglio Islamico), Da’wah, l’ala dell’ex premier Jafari, sadristi di Moqtada Sadr, Fadilah (Virtù), ottiene 70 seggi. Questa coalizione è la più ideologizzata e fa riferimento a diverse anime del clero sciita di Najaf e Qom.
La coalizione curda che unisce i due più grandi partiti regionali del Kurdistan , cioè il PDK (Partito Democratico ) di Barzani e UPK (Unione patriottica del Kurdistan) del presidente in carica Talebani ottiene 43 seggi. All’alleanza kurda del “Goran” che chiede il “change” vanno 8 seggi. Il resto dei voti è diviso tra formazioni minori e rappresentanti delle minoranze.
Dopo le polemiche riguardo al riconteggio del voto, il premier al-Maliki e Ammar Hakim hanno accettato il risultato elettorale. L’alta partecipazione al voto, malgrado le minacce e il boicottaggio di al-Qaeda, è stato un successo per gli organismi internazionali come l’ONU che ha definito le elezioni trasparenti e corrette, per i cittadini iracheni e la loro figura più rappresentativa l’ayatollah Sistani che aveva esortato tutti a recarsi alle urne.
Anche il governo in carica che ha fatto svolgere elezioni libere, accettando il risultato sfavorevole, ottiene un successo. La stessa amministrazione Obama, pur muovendosi nel quadro della pesante eredita dell’amministrazione Bush , nel garantire il libero svolgimento del voto con il ritiro delle unità militari nelle caserme e rispettando la volontà democratica degli iracheni, ha ottenuto un importante risultato.
Il voto iracheno, in ultima analisi, è la vittoria della democrazia che malgrado tutte le difficoltà comincia ad essere un concetto riconosciuto anche nelle aree dove il voto spesso è manipolato da chi ne definisce il quadro e le istituzioni democratiche sono parvenze dei reali poteri tradizionali, in genere poco rispettosi della democrazia. Il voto ha messo in movimento i meccanismi democratici contro questi poteri che nella loro autoconservazione arrivano fino alla mummificazione.
Gli unici a fallire sono stati al-Qaeda ed i relativi supporter in quanto questa volta anche i sunniti, hanno votato massicciamente. Per il successo ottenuto dalla lista Allawi anche gli ambienti governativi arabi possono dirsi soddisfatti. I regimi arabi si mostrano disposti a riconoscere la volontà espressa dagli elettori iracheni e la validità delle consultazioni elettorali democratiche purché il concetto del voto democratico non travalichi i confini iracheni per arrivare nei loro paesi.
Ma il successo del voto non può facilmente approdare a un nuovo governo, data la distribuzione dei seggi. Molto probabilmente ci vorranno tempi lunghi affinché i partiti raggiungano un accordo per la formazione del governo. La coalizione di Allawi, malgrado la vittoria non avrebbe con chi allearsi per raggiungere i numeri sufficienti per governare.
Non sembra infatti che le anime più profonde dell’Iraq post Saddam possano accettare il ritorno dei baathisti al potere. Chalabi del Congresso Nazionale è già al lavoro per convincere Al-Maliki e Ammar Hakim ( sadristi e altre formazioni sciite) a fare un gruppo parlamentare unico e formare il nuovo governo insieme ai kurdi, inglobando possibilmente personalità della coalizione del vincitore Allawi e le frange dei sunniti moderati.
Allawi dal canto suo, prima del voto, in un articolo sul sito Diplomacy Irani (di Kamal Kharazi ex ministro degli esteri di Teheran e riformista) aveva cercato di rassicurare gli ambienti governativi iraniani sulla sua politica nazionalista sostenuta dall’Arabia Saudita e da vari governi arabi. Allawi aveva scritto che intende recarsi a Teheran a prescindere dal risultato elettorale su invito della controparte iraniana (non specificata). Allawi sa che la partita con l’Iran non riguarda solo le relazioni con l’attuale compagine governativa di Teheran, ma con l’Iran nella sua interezza che ha vasti rapporti plurimillenari su più piani con il vicino Iraq .
Proprio alla vigilia dell’uscita dei risultati elettorali il presidente in carica, il kurdo Talebani, si è recato a Tehran, formalmente per partecipare ai festeggiamenti per il capodanno che unisce i kurdi e gli iraniani ma de facto per indicare l’importanza delle relazioni con l’Iran e il loro peso sugli equilibri iracheni e per far capire che un ritorno degli eredi del Ba’ath non è previsto. Con questo voto Baghdad comunque si allontana di un passo da Teheran.
Il successo della lista di Allawi non è dovuto soltanto al sostegno degli ambienti governativi arabi e al voto sunnita ma anche al desiderio degli sciiti secolari che vorrebbero un superamento del confessionalismo. La tendenza al non confessionalismo aveva portato lo stesso Al-Maliki, già durante il governo, ad abbracciare il concetto della centralità della legge ed alla formazione della coalizione “ Stato di Legge” . Anche la coalizione di Ammar Hakim, è in parte sotto l’egemonia del clero di Najaf che, sotto la guida dell’ayatollah Sistani, rifiuta la paternità del potere temporale per il potere spirituale. Sistani ha fatto intendere di comprendere le istanze di democrazia e di diritti della società civile iraniana.
Da un voto definito trasparente dallo stesso premier al-Maliki che non ha ottenuto il risultato sperato, il Presidente Obama ottiene invece un successo per aver rispettato la volontà popolare. Malgrado ciò Obama sa di non poter stravincere. Teheran continua a giocare la sua carta basata sui numeri (maggioranza sciita - kurda) ma sa di non poter oltrepassare certi limiti. Nell’arena irachena Washington e Teheran si guardano con estrema attenzione e giocano una partita molto calcolata . I due contendenti sono coscienti che la vera partita riguarda tutto il Medio Oriente e l’intera area energetica e i futuri equilibri geopolitici.
L’amministrazione Obama ha già indicato una timetable per uscire dall’Iraq, ma sa che l’establishment USA vuole un quadro iracheno favorevole a Washington già presente in tutta l’area. Un fatto di difficile attuazione senza trovare una soluzione per le contese mediorientali (vedi il rapporto Baker - Hamilton) come quella arabo-israeliana e senza tener presente le istanze dell’Iran con il quale varie anime dell’Iraq e del Medio Oriente hanno profondi rapporti a più livelli.
Ciò mentre la Cina e la Russia, con una politica basata sulla comprensione verso Tehran, avanzano nell’area. Con la campagna irachena la presenza dell’Europa Unita è stata ridimensionata. La presenza europea nell’area tuttora è essenzialmente in e attraverso l’Iran dove gli Usa sarebbero assenti e desiderosi di rientrare.
La globalizzazione ha reso ogni partita locale e regionale il riflesso degli equilibri globali . L’Iraq, dopo l’Arabia Saudita, ha le seconde riserve mondiali di idrocarburi, ma per alcune autorevoli fonti, addirittura le prime. Il voto iracheno va letto e visto anche alla luce di questa realtà e di questi equilibri.
Amir Madani
19/04/2010
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