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SUDAFRICA, LA METAFORA DELLE CONTRADDIZIONI
La prefazione di padre Giulio Albanese al libro di Marco Buemi


Marco Buemi ha il pregio di farsi leggere perché parla con un mix fatto d’immagini e parole, cogliendo aspetti inediti di un Paese, il Sudafrica, anni luce distante dal nostro immaginario. Anche se l’euforia dei mondiali di calcio, primi in assoluto nella storia del continente africano, hanno portato in questi mesi il Sudafrica alla ribalta delle cronache sportive, si avvertiva il bisogno di un testo capace di cogliere, davvero a trecentosessanta gradi, le sfide sul tappeto per quella che fino a pochi anni fa era la patria dell’apartheid.

Il Sudafrica è in effetti la metafora delle contraddizioni che caratterizzano quei Paesi del Sud del mondo i quali, quanto a risorse naturali e potenzialità umane, potrebbero raggiungere livelli di benessere pari se non addirittura superiori agli standard occidentali.

Stiamo parlando di una realtà territoriale che occupa l’estremo lembo meridionale del continente africano, con una superficie di oltre un milione e duecentomila chilometri quadrati, emblema del riscatto di popoli e culture ancestrali che hanno sperimentato – ahimé, in tempi non lontani – ogni genere di angherie e malversazioni in nome dell’odio razzista. Ebbene, il Sudafrica potrebbe davvero essere un autentico “paradiso terrestre” – in effetti questo indicano le guide turistiche – se non fosse ancora ostaggio del suo passato coloniale.
In sostanza, il tanto agognato “rinascimento africano” che doveva caratterizzare la svolta del “dopo apartheid” non ha ancora generato quei risultati promessi sia dal “Padre della Patria”, Nelson Mandela, che dal suo successore, l’ex presidente Thabo Mbeki.

A questo proposito, le elezioni del 2009 hanno rappresentato un appuntamento rilevante nella duplice prospettiva nazionale e continentale. Era naturalmente data per scontata la vittoria dell’African National Congress (Anc), il partito di maggioranza che nell’ultimo scrutinio del 2004 aveva ottenuto il 69,69 per cento dei suffragi, mente le sue due principali formazioni rivali – The Democratic Alliance e l’Inkatha Freedom Party – erano riuscite a rastrellare rispettivamente il 12,37 per cento  e il 6,97 per cento dei voti. La novità però questa volta sta nel fatto che l’Anc ha fallito l’obiettivo di ottenere i due terzi dei voti che gli avrebbero consentito di emendare la Costituzione.

Secondo i risultati finali, il partito guidato dal popolarissimo ma anche controverso Jacob Zuma ha raggiunto solo il 65,9 per cento dei voti. Un margine enorme nei confronti degli oppositori ma che comunque consente d’innescare quella dialettica parlamentare necessaria in democrazia.

Ora naturalmente non resta che attendere alla prova il vincitore delle elezioni, quel signor Zuma di cui sopra, un personaggio che preoccupa non poco gli analisti di politica internazionale. E questo anche se sono caduti i sedici capi d’accusa mossi nei suoi confronti per corruzione, frode, racket e riciclaggio di denaro. Un iter processuale durato otto lunghi anni che comunque non hanno offuscato la sua popolarità, essendo anche uscito indenne da un procedimento legale per stupro.

Detto questo, tutti sanno che non è uno stinco di santo. Poligamo incallito (tre mogli, l’ultima sposata solo pochi mesi fa), Zuma ha avuto nel 2010 l’ennesima figlia. Ma non dalle sue legittime spose: la bimba, chiamata Thandekile Matina Zuma, è nata da una relazione extraconiugale con Sonono Khoza, 39 anni, dirigente di banca e figlia del presidente del comitato organizzatore locale dei prossimi mondiali di calcio. Ma al di là della sua concezione di “famiglia estesa”, gli avversari lo considerano un populista spregiudicato, anche se sta facendo di tutto per non fare brutta figura sul piano internazionale.

Da rilevare che sul versante dell’opposizione è cresciuto il partito della Democratic Alliance, erede dei bianchi liberal, che ha conseguito questa volta il 16,66 per cento dei suffragi, mente il Congress of the People (Cope), nato nel dicembre scorso in seguito ad uno scisma all’interno dell’Anc, ha conseguito soltanto il 7,42 per cento dei voti. Guidato da Mosiuoa Lekota, presidente dell’Anc dal 1997 al 2007 ed ex ministro della difesa, il Cope non ha convinto gli elettori proponendo tra i suoi candidati parte della vecchia nomenclatura dell’Anc, quella che nella scorsa legislatura non aveva persuaso più di tanto.
Nel frattempo, la crisi economica si è abbattuta anche in Sudafrica. È vero che nel terzo trimestre del 2009 il pil, che per tre mesi era stato preceduto dal segno meno, ha fatto segnare un più 0,9 per cento. Siamo comunque indietro rispetto al passato, visto che nei primi nove mesi del 2009 l’economia di Pretoria ha fatto segnare un calo dell'1,8 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

La posta in gioco è alta se si considera che il Sudafrica è stato l’unico Paese del continente invitato al G20. Rimane, inoltre, la vera potenza di riferimento, a livello politico-diplomatico, una responsabilità a cui la nuova presidenza non potrà rinunciare facilmente, essendo in gioco il destino del continente africano.

Una cosa è certa: la questione del Welfare rappresenta la “vexata et tormentata quaestio” del Sudafrica. La vera scommessa consisterà innanzitutto e soprattutto nel ridurre la forbice tra i ceti ricchi e quelli meno abbienti che comunque rappresentano ancora la stragrande maggioranza della popolazione. Va infatti ricordato che a tutt’oggi la distribuzione del reddito in Sudafrica è considerata in assoluto tra le più inique del mondo.

L’ex presidente Mbeki si era impegnato nel corso dei suoi due mandati a combattere la corruzione, ma la delicata congiuntura internazionale, unitamente alle difficoltà di gestione della pubblica amministrazione, hanno reso sempre difficili e angusti gli spazi di manovra.  Certamente va affidato alla storia il giudizio sugli esiti della “Commissione per la Verità e la Riconciliazione” voluta da Mandela e presieduta dal vescovo anglicano e premio Nobel per la Pace, Desmond Tutu. La consapevolezza è che i cinque volumi di rapporto costati due anni e mezzo d’indagini, oltre a ventimila testimonianze e centinaia e centinaia di audizioni, siano serviti quantomeno, sul piano umano, a innescare un processo di cicatrizzazione perché le ferite causate dall’odio razziale possano lentamente rimarginarsi. A questo proposito un compito decisamente importante ricade sulle Chiese Cristiane che, ripudiando  l’identificazione con l’autorità dello Stato – come invece in passato aveva fatto la Chiesa Olandese Riformata, offrendo il sostegno ideologico al regime razzista – si stanno impegnando nel risanamento del tessuto sociale dilaniato dal sistema dell’apartheid. Si tratta in sostanza di esercitare una “solidarietà critica” – termine tecnico adottato dal Consiglio Ecumenico delle Chiese del Sudafrica (Sacc) – di pieno appoggio alle iniziative politiche non in contrasto con i fondamentali valori umani e cristiani. Non v’è dubbio che la testimonianza cristiana, coerentemente vissuta, rappresenti il miglior antidoto contro il pessimismo e ogni forma d’intolleranza in un Paese che ha decisamente fame e sete di giustizia e pace.

Padre Giulio Albanese

©Infinito edizioni 2010 – Si consente l’uso libero di questo materiale citando chiaramente la fonte

 



redazione ilcassetto.it
13/04/2010



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