Uno scritto di Stella Pende, tratto dal libro di Olivia Molteni Piro

Non spaventarti Federico poteva scriverlo solo Olivia. Negli ultimi anni ho ricevuto molti libri dedicati a figli e nipoti. Qualcuno ha lasciato il segno, perché niente ti fa essere più fragile, dunque più aperto alla commozione di quando si parla di figli. Quello di Olivia Piro però ha una specialità. È sì dedicato a suo nipote Federico e all’infinita famiglia Piro. Ma anche a tutti noi. Perché attraversando le sue pagine ci sentiamo tutti figli suoi. Sono certa che quel suo modo di essere madre è così totale e infrangibile che scoprendola nel suo libro, saranno in molte, forse in molti chissà, a essere contagiati dalla sua voglia di dare maternità.
Non spaventarti Federico è uno scritto che ti entra nel cervello e cammina lentamente. Attraversa le barriere difensive che ognuno di noi alza davanti a quelle che i tribali indiani chiamano «le nuvole dell’emotività». Poi sbaraglia ed entra nella commozione della gola, passa lo stomaco e infine centra il cuore. La tenerezza di questa nonna ragazza, come lei si definisce, vuole regalare al nipote la memoria dell’amore e dell’incanto che ha tenuto insieme questa sua strana famiglia. Federico ha un’altra certezza: la nonna e il nonno che lo aspettano, hanno incontrato e amato molti bambini prima di lui. Li hanno accolti, accettati, accompagnati in quell’avventura così unica, ma tortuosa, che è il principio della vita. E ancora dopo. Così ''quando ti prenderemo fra le braccia non stringeremo solo te, ma anche le migliaia di bambini che sono entrati nella nostra vita e che ci hanno trasformati in ciò che siamo adesso''. Cioè una donna, Olivia, e un uomo, Luciano (un santo, ma questa è una mia personale opinione), che hanno dato l’esistenza per una nidiata di figli, di varie culture, Paesi ed età, ma che così amati, sono riusciti a incastrarsi perfettamente in quel puzzle multicolore che dovrebbe essere il modello della famiglia moderna. Sì, Olivia e Luciano, in fin dei conti, si ritrovano oggi con ventisei figli. ''Perché l’amore per i figli si moltiplica e non si divide mai''. Ventisei figli, italiani, africani e indiani. E guardando al coraggio e alla follia salvifica di Olivia e Luciano, penso che è il loro il modo di essere madre e padre che mi piace di più. Davanti alla moltitudine di aspiranti genitori adottivi che pretendono figli neonati, paffuti e rosa, loro, che hanno scelto anche bambini con seri problemi, dimostrano finalmente che adottare un figlio si fa per il figlio. Che ''adozione'' significa aprire la porta della vita a un bambino che, alla nascita non ha possibilità. E non, come spesso accade, innaffiare la frustrazione di due adulti orfani di figli.
E poi l’Africa. Com’è lontana l’Africa di questa pasionaria di bambini dalla terra di magie e di cieli di Karen Blixen o dagli echi della giungla surreale di Kuky Galmann. Olivia racconta l’Africa della gente. Come la raccontava Ryszard Kapuśhińsky. Non rinuncia allo splendore delle terre rosse e dei tramonti infiammati del suo Burkina Faso, non dimentica la nostalgia per quell’Etiopia a cui ha dato il cervello e la carne. Ma nell’Africa che Olivia racconta a Federico il dolore e il pianto dei più piccoli si incontrano sempre con la felicità del vivere. L’Africa dove la nostra scrittrice rende immortali gli incontri con quei folletti neri che tatueranno la sua vita per sempre. Figli veri che hanno camminato con lei fino a oggi e angeli arrivati nella sua esistenza soltanto per un periodo di tempo, ma sempre rimasti aggrappati alla sua memoria. Come Firehiwot e il suo fratellino Getahun, i primi bambini de Il Sole, la ong di adozione a distanza di cui Olivia è stata fino a oggi anima e motore. Firehiwot è stata per lei anche il primo incontro con la morte. ''Erano passati 5 anni quando ho assistito al suo funerale'' racconta. La piccola che cresceva bene improvvisamente prende il tifo e poi la meningite. Non ce la fa. Ed ecco una cerimonia piena di urla, colonna sonora delle morti africane, e finalmente le giuste lacrime di Olivia, che da quel dramma respira la forza di continuare la sua missione di madre universale per sempre. Una forza travolgente che ho conosciuto e toccato.
''Buongiorno sono Olivia Piro. Avrei bisogno di parlarti: vengo quando vuoi'' mi aveva detto una sera di ottobre senza darmi troppe possibilità di scappare. Poi si era presentata a Panorama con Luciano. Lei due occhi turchini come laghi di montagna, lui con un sorriso struggente e insieme davvero ironico. ''Vorremmo molto che venissi con noi in Etiopia. Fra i giornalisti che leggiamo vogliamo solo te. Devi vedere i nostri progetti e aiutarci a farli vedere agli italiani. Ti prego''. Quando è uscita dalla Mondadori ero già con lei in Etiopia. Ad Addis Abeba Olivia curava la nascita di uno dei suoi progetti più belli Fiori che rinascono. Bambine violentate in famiglia o da chiunque. Col marchio della disperazione addosso. ''Ho deciso che non le avrei più lasciate da quando una sera mi hanno messo in braccio una piccola di quattro anni che aveva appena subìto violenza'' mi aveva raccontato.''Aveva ancora il vestitino intriso di sangue. Quei miei blue jeans non li ho più lavati. Li ho appesi nell’armadio perché quell’orrore dovevo vederlo ogni mattina. Ogni sera''. Ma nella maternità, ogni volta rinata di Olivia, non ho mai visto pena. Solo pietas. La sua è sempre partecipazione e complicità nel dividere il dolore, ma anche speranza di superarlo. In quei giorni ho conosciuto anche la sua immensa famiglia etiope. Più che altro una squadra di football. Non ricordo esattamente quanti figli africani avesse adottato. Credo dodici o tredici. Uno serissimo e magro che studiava brillantemente, l’altro bello e fusto che la faceva diventare matta, l’altro ancora che teneva le file della truppa in famiglia ecc...Tutti comunque ruotavano intorno a una stella che illuminava all’occorrenza la via.
Oggi Olivia ha lasciato Il Sole per fare la nonna a tempo pieno. Così almeno racconta. Ma chi legge il suo libro non pensi di trovare in Non spaventarti Federico la confessione di chi «appende per sempre la maternità al chiodo». Niente paura. Certo Olivia si darà tutta ai suoi nipotini (e quelli diventeranno prima o poi due squadre di calcio) ma fare la nonna per lei vorrà solo dire covare e inventare una nuova e irresistibile ricetta per la sua fame di maternità .
Stella Pende
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redazione ilcassetto.it
01/04/2010
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