L'introduzione di Paolo Rumiz al libro 'La lumaca e il tamburo' di Paolo Vittone con disegni di Elisa Iussig

Giugno 2008, una sera di pioggia. Qualcuno mi suonò al campanello di casa, a Trieste, aprii il portone, e dopo un minuto nella cornice della porta apparve lui. Smagrito, febbricitante, coperto di piaghe, ustionato sul naso e sul collo, lacero e fradicio fino alle ossa, ma totalmente felice. Paolo sembrava uno di quei cani che scappano nella stagione degli amori, e tornano a casa dopo giorni, magri, affamati e contenti. Le rughe, perfino gli eczemi e la pelle rovinata dalle terapie sembravano disegnati apposta per dare ancora più luce a uno sguardo infuocato da capitano di ventura.
Si accasciò su una poltrona, si levò le scarpe, accese una sigaretta e parlò dei boschi attraversati, degli sloveni, dei croati e dei bosniaci, poi della compagna di viaggio che gli aveva regalato i disegni del percorso e l’allegria per affrontarlo. Parlò della sua andatura da lumaca, lenta ma regolare, e del benessere che gli aveva dato; descrisse quel ritmo che gli aveva invaso l’anima come un tamburo, un metronomo che aveva dischiuso orizzonti, scatenato bisogno di silenzio e riportato a galla pezzi di passato: la Dalmazia, il Nepal, la guerra tra Zagabria e la Drina, il padre perduto troppo presto.
Avevamo condiviso il mito della Bosnia, della sua resistenza antinazista, dei suoi boschi, delle due donne e dei suoi briganti, della leggenda nera che la pervadeva, di un islam capace di coesistere con cattolici, serbo-ortodossi ed ebrei. In Bosnia era stato per lui fatale tornare. Era bastata una mappa al 100.000 del territorio fra Trieste e Bihać perché tutto gli apparisse chiaro. Era su quel percorso che doveva partire la sua riconquista del tempo. La volle e la realizzò, travolgendo gli ostacoli come sempre. Trovò la compagna giusta. “Sono pieno di tubi nella pancia” le disse per avvertirla della difficoltà della sfida. “Beh, sei come il Centro Pompidou di Parigi” rispose quella senza fare una piega.
Dopo il viaggio conquistò calma e persuasione di sé. Lo sguardo divenne più profondo, la manualità più essenziale, la voce più calda, il gesto più rotondo, il periodare più sapiente. Divenne maestro nelle pause, le tirava allo spasimo per avvincere. Costrinse la malattia a nobilitarlo anziché a piegarlo. Il rapporto con la nera compagna s’invertì. La piegò, la prese a cazzotti, per riemergere esausto dai match, ma ogni volta con energia migliore. Anziché lasciarsi usare, la usò: per costruire una storia, per essere ricordato. E per unire tra loro quelli che lo conoscevano, in una bella comunità del sentire.
Restavo a guardarlo quando cucinava. Sminuzzava, mescolava, spezzettava, sbollentava con economia perfetta di movimenti. Nessun gesto superfluo, come un velista nel mare grosso, come un sommozzatore nel profondo. Una sera mi raccontò una storia facendo montare un bianco d’uovo in una scodella e quel ritmo lento della forchetta fece da pentagramma al suo narrare. In un popolo di frenetici mi sembrava tra i pochi normali. Gli amici bevevano avidamente la sua calma, ne avevano disperatamente bisogno.
Un rabbino askenazita di Trieste, dopo aver letto alcuni suoi scritti, ne rimase così affascinato che tirò il paradosso al limite e disse: quest’uomo rischia una sola cosa, guarire. Il senso – tipicamente ebraico – era che proprio la malattia gli aveva regalato un senso vitale sconosciuto ai sani del mondo contemporaneo; gli aveva insegnato il dovere della lietezza e della lentezza, il “festina lente”, la lode a Dio sotto forma di celebrazione incessante del “qui ed ora”.
Mentre moriva pensai che aveva vissuto quindici anni meno di me, ma gli ultimi due se li era presi tutti: aveva avuto il meglio e non aveva buttato via niente. Anche per questo, diavolo d’un uomo, non lasciava dietro di sé né scorie né retrogusti di malinconia. Fuori, sul Carso, soffiava furiosa la bora nella notte, ma dentro in quella stanza tutto era in ordine: Mozart in sottofondo, il taccuino pieno di note, la bottiglia con lo sciroppo di menta, le matite. La temperatura s’abbassò e quando uscii, alle quattro del mattino, il pianoterra dell’ospedale di Cattinara s’era riempito di grilli infreddoliti. Cantavano dappertutto.
Era arrivato nella mia vita all’improvviso, come una buriana di mare, come un treno che deraglia. Chi era davvero, mi chiesi subito, quel giornalista-sindacalista-viaggiatore-cuoco-affabulatore-chitarrista che esigeva in modo imperativo di riprendere una vecchia frequentazione con me e venire a Trieste? Son passati solo tre anni da quell’irruzione a gamba tesa e, ora che non c’è più, ripenso a come è cambiata la nostra vita con la sua presenza. Forse è stato un messaggero, uno dei tanti Cristi che attraversano il mondo senza essere riconosciuti.
Ci ha spinti a mettere ordine nei nostri armadi e nei nostri zaini, a chiarire il rapporto tra noi, ad affrontare l’esistenza come un’ordalìa, una chiamata alle armi. Poi, morendo, ci ha obbligato a vivere. Ed ecco che mi scopro a fare inconsapevolmente i suoi gesti, a mettere il suo gilet nero con le tasche a zip, o a usare la sua penna stilografica con inchiostro viola. Paolo c’è, che diamine. È un libro aperto, una tavola imbandita, una panca sul mare, una sigaretta nel tramonto. Misera cosa sarebbe la vita se si limitasse al rapporto con i vivi.
Dopo il viaggio in Bosnia crebbe in lui – milanese, anzi, lumbard dell’operaia Sesto San Giovanni – la voglia di Trieste. Qui si era fatto nuovi amici. Qui cominciava – diceva – il mondo dove le lingue si mescolano. Qui la gente chiamava i venti col loro nome. Qui le identità basate sulle genealogie non avevano senso, perché tutti venivano da altrove. A Trieste c’era il mare, c’era l’orizzonte. Qui ci si sentiva a casa, a due passi dalla Dalmazia dell’adolescenza.
Così, con infinita pazienza e infinita testardaggine, aprendosi delle pause in una catena infelice di interventi medici e terapie in quel di Milano, aveva meticolosamente costruito il suo secondo viaggio. Traslocare la vita. Trovare un punto d’attracco, un approdo per salpare per chissà dove, qui al capolinea del Mediterraneo, dove splende l’ultimo faro. La malattia l’aveva costretto ai confini del suo corpo, forse per questo aveva tanta fame di orizzonti. Li sognava sempre, nel suo letto d’ospedale. Viaggi a piedi, a vela, in treno. Non importa se lontano, ma nuotando a fondo nella vita.
Quando tutto fu deciso e la casa affittata, gli scrissi che non doveva sobbarcarsi il peso del trasloco. Rispose in modo indimenticabile. Venire a cose fatte sarebbe come “pretendere di fare in portantina un sentiero sognato da sempre”. Non ho fretta in nulla, disse, se non per questa scadenza, tanto cruciale, decisiva, sognata da sempre: vivere vicino al mare, guardare il mare la mattina appena alzato. Ma il bello venne nelle righe successive. Parole che considero forse il più bell’atto d’amore per la mia città.
“Sai bene che vengo a Trieste a vivere, ma con ogni probabilità a morire… Vengo a Trieste perché è al confine delle terre della mia e nostra anima ed essere più vicino mi fa pensare che tornerò almeno una volta a sentire la Neretva, ad ascoltare il muezzin dalla moschea del Beg e annusare i cevapi e la pita in Bascarsija, che forse vedrò persino ancora una volta il vecchio amico Hilmo. Vengo a Trieste perché per le sue strade i vocaboli si mescolano, perché solo a Trieste le scintille si chiamano falische e i gabbiani imperiali cocài”.
“Vengo perché la casa l’ho trovata tramite uno straniero fidanzato con un’altra straniera e questo mi dà il senso vitale della mescolanza, alla faccia dei fascistelli ottusi e ignoranti come capre. Vengo a Trieste perché sì, perché mi va, perché me la sento così, perché quando creperò avrò parlato con il mare fino all’ultimo, il Mare Adriatico, dentro al quale ho imparato a nuotare. Vengo a Trieste perché tu e tutti gli altri mi fate sentire al sicuro. Vengo a Trieste perché sono innamorato”.
Continua la sua ultima lettera: “Potrei fare un trasloco tanto importante senza neanche una goccia di sudore o permettendomi il lusso di rinunciare a settimane o un mese di tutto questo? Forse sarà una faticaccia, ma due giorni di orizzonte mi ridaranno forze a non finire. E una bottiglia fresca di buon spumante portala, il primo brindisi lo faremo insieme, sabato sera, in terrazza. Il frigo avrà tempo di raffreddarsi, non ci stanno molto”.
Lo vedo nitidamente la sera del trasloco: esausto, seduto sulla panchina che si era portato appositamente da Milano per godersi il mare dalla sua terrazza, farsi un’iniezione di antidolorifico nella pancia, poi riaversi lentamente dalla fatica, distendersi, allungare i piedi sulla ringhiera verso l’orizzonte viola, respirare a fondo, accendersi una sigaretta, infine girarsi verso gli amici come un regista verso i tecnici delle luci, e dire con un sorriso ironico a noi portatori di miserabili cautele: visto quanto è stato facile, uomini di poca fede?
Fu allora che dall’erta di Gretta sbucò un vecchio amico con un nero cappellaccio a larghe tese. Ci vide, sudati e sfatti dalla fatica, con in mano bottiglie di birra ormai calda (col fischio che il frigorifero s’era messo a funzionare subito come pretendeva il nostro tirannico datore di lavoro), vide gli occhi di Paolo (che non aveva mai conosciuto) e capì al volo la situazione. Allora si fece dare anche lui una bottiglia di birra calda, prese la chitarra del nostro, poi suonò per il sole che moriva, ci scavò l’anima – due, tre canzoni, non ricordo – con una voce straziante da rebetiko, il canto greco più balcanico che ci sia, e Paolo sprofondò nel profumo della sua bosanska kafa.
Anni prima, il “rabbi” ci aveva detto: vedete, quando un uomo si siede davanti al mare al tramonto, con una sigaretta e un bicchiere di vino fresco, ebbene quella è preghiera, grande e santissima preghiera… Il padrone dell’universo è felice perché vede i figli suoi godersi ciò che ha dato loro, come una mamma che ha preparato una torta e vede i bambini divorarla sporcandosi mani e guance di marmellata. Era proprio così per Paolo. Pregava senza saperlo. Era “innamorato”, appunto. Della vita e dei luoghi. E quando si ama un luogo – scrive in questo suo libro – non si pretende di possederlo ma si chiede solo di appartenergli. Non lo si occupa, ma si fa spazio perché sia lui a prenderti, a riempirti del suo vento.
Un giorno l’avevo scoperto tra le Rive e piazza dell’Unità con un registratore in mano e il passo felpato del cacciatore. Gli chiesi cosa stesse facendo. Rispose che stava catturando le voci e i rumori di Trieste. Onde nella notte, canti d’osteria, le babe nei negozi, il fischio delle navi e dei treni in partenza, il miagolìo della bora nelle fessure delle finestre, le orchestrine degli zingari per strada, il rumore delle stoviglie dalle finestre aperte. Perfino nel suo ultimo ricovero, a Trieste, mi chiese di portargli il suo recorder, perché in corsia aveva sentito voci “di straordinario interesse”. Non mollava mai.
L’ultima cosa che mi disse fu la ricetta della pasta con le vongole. Insistette che non dovevo sbagliare con i tempi. La cura dei dettagli era la sua forma di resistenza. Paolo Bottaccini, nella pagina di saluti a Paolo allestita on line da Radio Popolare, ricorda di lui “cene, vino, pesce, monete irachene, monologhi (suoi), libri, microfoni, musica, donne, Beograd, una finale di Champions League e una bottiglia di Jack Daniel’s sulla mensola della sua mansarda a Sesto”. Paolo che cucina e scrive, mezzo svestito, in calzini, saltando dai fornelli al tavolo di lavoro. Paolo liceale che sventola la bandiera con su scritto “Scuola occupata”.
Sapeva di avere la Signora alle calcagna e non voleva sfuggirle, ma semplicemente farsi trovare al posto giusto ( “Bez hradecki nenì lasky ani spasì”, senza la Signora non c'è amore né salvezza, dice un verso ceco). Per questo era riuscito a ipnotizzare il tempo. “Te ne sei andato con un finale aperto – gli ha scritto post mortem l’amica Elvira Mujčić sopravvissuta alla strage di Srebrenica – come nella migliore tradizione letteraria jugoslava. Sapevo che avresti fatto così: il finale aperto è per coloro che non ci pensano nemmeno a trovarne uno, perché sanno che nulla può davvero finire”.
Paolo Rumiz
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redazione ilcassetto.it
27/03/2010
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