Il 1.592esimo dal 2001 a oggi. Il commento di Luigi Morsello

Il 7 marzo 2010, nel carcere Due Palazzi di Padova si è tolto la vita un detenuto, Giuseppe Sorrentino, 33 anni, salernitano. È il tredicesimo suicidio dall’inizio dell’anno, il secondo per quel carcere. Il Sorrentino, a prescindere dal reato, gravissimo, fra i detenuti protetti, urlava rabbiosamente il suo malessere. Le urla si sentivano in tutto il carcere, spesso di notte. Alla fine si è impiccato.
Appare evidente che c’è stata grave sottovalutazione. Il servizio di psichiatria in particolare e quello della sanità penitenziaria in generale non hanno funzionato. Non è improbabile che il comportamento del Sorrentino (urlava di giorno e di notte) non sia stato riferito, ma non v’è attenuante che tenga: un uomo si è tolto la vita. Ciò significa che ha fatto difetto non solo l’assistenza sanitaria ma anche la sorveglianza. E vuol dire che la catena di comando si è del tutto dissolta e che nessuno controlla più nulla e nessuno.
Mi si contesti che non è un fenomeno gravissimo, che rende possibile ogni abuso come conseguenza della convinzione di impunibilità che consegue all’assenza di controlli. Durante i miei circa 40 anni di servizio nelle carceri da me dirette solo tre detenuti si sono tolti la vita, uno negli Anni ‘70, il secondo negli Anni ‘80, l’ultimo nel 2004.
La politica, l’amministrazione penitenziaria, devono creare ruoli speciali per psicologi, criminologi, psichiatri, che devono essere in servizio sei giorni su sette. Nelle carceri mastodontiche, vecchie e nuove, deve essere creato un servizio di guardia psicologica e psichiatrica per tutti i detenuti, specie se provenienti dai nuovi ingressi dalla libertà.
Dal 2001 a oggi sono morti 1.592 detenuti, un terzo dei quali per suicidio. La causa principale del suicidio è intrinseca alla persona, è nel loro carattere; la causa scatenante più importante è il sovraffollamento: lo stare ammassati in celle spegne la dignità dell’uomo, ottunde le coscienze, limita ulteriormente la compressione della libertà personale intrinseca alla natura della pena detentiva, impedisce qualsiasi possibilità di intervento trattamentale. I soggetti più deboli si sentono abbandonati al loro destino e crollano.
Non è degno di un paese civile permettere che ciò accada. Ma l’Italia è ancora un Paese civile? C’è speranza che torni a esserlo?
Luigi Morsello, ex direttore di carceri, autore de La mia vita dentro
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redazione ilcassetto.it
12/03/2010
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